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VIVISEZIONE: E SE QUESTO NON SERVISSE A NIENTE? Dalla rivista “D” allegata a Repubblica del 05/10/2002 di Daniela Condorelli
Ogni anno, nel mondo, 300 milioni di cani, gatti, roditori vengono sacrificati senza scopo. Ecco le prove che molti esperimenti sugli animali sono inutili, i risultati dei test troppo incerti e non applicabili all’uomo. Se si continua a farli è solo perché fanno gioco alle aziende farmaceutiche.
Prova a cliccare su www.laboratoricriminali.net. Ti aspetti di leggere dei gruppi clandestini che maneggiano l'antrace, o le ultimissime sui progressi nucleari di Saddam. Niente di tutto questo. Il sito - agguerrito, provocatorio, crudamente veritiero - traccia il profilo dei vivisettore della porta accanto. Non ci avevamo mai pensato. Da quanti anni leggiamo degli sviluppi della ricerca scientifica, sorvolando sul numero di animali sacrificati per ottenere fantomatiche prove? «Bene, ha funzionato, ci sono speranze che diventi una cura», è il pensiero più o meno inconscio, Non è così, Ma si guardano bene dal dircelo. Di dirci che la vivisezione è utile solo a chi vuole far carriera in fretta (pubblicare è più rapido e semplice); che sperimentare sugli animali serve a dimostrare tutto e il contrario di tutto; che la maggior parte dei test è crudele e, quel che è peggio, del tutto inutile. Paradossalmente, sono gli stessi vivisettori ad ammetterlo. Che dire di quando la casa farmaceutica Lilly, a proposito dei farmaco sulla menopausa Forteo, affermò che i risultati di due anni di studio sui ratti (durante i quali tumori ossei erano insorti nella metà degli animali) non potevano essere trasferiti alle persone, perché le ossa dei roditori si sviluppano in modo diverso? O di quando la Welicome, mettendo in commercio sostanze responsabili del cancro vaginale in tutti gli animali usati nella sperimentazione, si giustificò dicendo che «i test, obbligatori per ottenere le autorizzazioni alla vendita, non permettono di stabilire il minimo parallelo con l'uomo»? Attualissima e allarmante la contraddittorietà nel caso mucca pazza. Lo scorso marzo, il premio Nobel Stanley Prusiner ha osservato che, nei topi, grandi quantità di prioni potevano concentrarsi anche nei muscoli, oltre che nel tessuto nervoso e linfatico. Immediati i commenti. Maurizio Pocchiari, dell'istituto superiore di sanità, ha affermato: «Prusiner si è messo in condizioni sperimentali che in natura non esistono». Insomma, il topo non è una mucca, né tantomeno un uomo. Eppure, l'assunto della validità della vivisezione si trascina senza timor di smentite, ma anche senza conferme. Lo dimostra, tra l'altro, la vetustà di alcuni esami, tra i più crudeli. Come il Draize test, ideato nel 1944 e usato ancor oggi tale e quale. Si misura l'irritabilità di una sostanza versandola negli occhi e sulla pelle di decine di conigli (che, non avendo lacrimazione, non possono espellerla); la si lascia lì per ore o giorni, finché l'organo non necrotizza. 0 come il test LD50, utilizzato per la prima volta nel 1927, in cui si somministrano dosi crescenti di una sostanza a diversi capi finché il 50 per cento di questi non muore. Eppure, provare una sostanza su un animale per stabilire se è tossica è inutile. Perché il risultato cambia a seconda della specie e soprattutto, è diverso sull'uomo. E non di poco. L'arsenico, per esempio, letale per le persone, non dà problemi a pecore e porcospini; la stricnina lascia indifferenti cavie, polli e scimmie, anche in dosi sufficienti a uccidere un'intera famiglia umana. Al contrario: l'insulina, indispensabile ai diabetici, provoca malformazioni in galline, topi e conigli; l'aspirina uccide i gatti e la penicillina è letale per le cavie («per fortuna fu testata su altri animali», avrebbe commentato Florey, uno dei suoi scopritori). Abbiamo continuato per decenni ad autorizzare il commercio di farmaci solo perché Innocui sui topolini, salvo poi accorgerci che potevano uccidere l'uomo, e ritirarli dal mercato. Il sito www.novivisezione.org riporta 50 disastri della sperimentazione animale. Si scopre così che il General Accounting Office statunitense ha passato in rassegna 198 nuovi farmaci dei 209 commercializzati tra il 1976 e il 1985. Il 52 per cento di essi presentava «gravi rischi emersi dopo l'approvazione», che la vivisezione non aveva previsto. La lista è lunga: l'antivirale fialuridine causò danni al fegato in sette pazienti su 15 (cinque morirono, due dovettero ricorrere a un trapianto). Eppure, sulle marmotte aveva funzionato così bene! Il clioquinol, un farmaco contro la diarrea, diede risultati positivi in topi, conigli, gatti e cani. Peccato che nell'uomo causasse cecità e paralisi, tanto da essere ritirato nel 1982. L'opren, attivo contro l'artrite, uccise ben 61 persone. Era stato testato sulle scimmie senza problemi. E l’anti-nausea domperidone dovette essere ritirato perché causava tachicardia, effetto che i ricercatori non riuscirono a riprodurre nei cani neanche a dosi 70 volte superiori. «Il risultato? Centomila americani, ogni anno, muoiono per gravi reazioni avverse», denuncia Stefano Cagno, tra i più attivi medici anti-vivisezionisti italiani, autore di Sperimentazione animale e psiche: un'analisi critica (Cosmopolis) e di Gli animali e la ricerca (Editori Riuniti). Viceversa, lo sviluppo di alcuni farmaci fu rallentato perché non dava risultati promettenti sugli animali. E’ il caso dei beta-bloccanti che, secondo indagini di laboratorio, non funzionavano. Oggi sono considerati farmaci principe nel trattamento dell'ipertensione. O come la ciclosporina, cui si deve una svolta epocale nei trapianti d'organo: negli animali, aveva dato risultati deludenti. In sostanza: la vivisezione uccide inutilmente ed è nociva per 'uomo. Perché, allora, continuare a praticarla? Secondo il Comitato scientifico anti-vivisezionista (tel. 06.322.0720), la sperimentazione su animali fa il gioco delle industrie che, potendo così ottenere facilmente l'autorizzazione a vendere i loro prodotti, immettono sul mercato centinaia di molecole. Come si spiegherebbe, altrimenti, che l'Oms ha dichiarato realmente utili 400 farmaci su 13 mila in commercio? O che la citicolina, indicata solo per alcuni casi di sofferenza cerebrale, nel nostro prontuario farmaceutico ha ben 19 nomi diversi? Che significa: 19 aziende vendono la stessa sostanza a prezzi diversi. Alcuni risultati, del resto, sono stati a lungo sfruttati dalle aziende. La lobby delle multinazionali del tabacco ha sostenuto per decenni che il fumo non è cancerogeno, perché il cancro causato dalla nicotina è difficile da riprodurre in laboratorio. Non solo: alcuni animali, come i topi, sono avvantaggiati, perché sintetizzano circa cento volte la quantità di vitamina C consigliata per prevenire il cancro nell’uomo. Per molti anni l’amianto non è stato considerato pericoloso, perché non c'erano “prove scientifiche" (leggi: su animali). «Ciascuno può ottenere il risultato che più gli fa comodo», denuncia Massimo Tettamanti, medico dei Comitato scientifico anti-vivisezionista e autore di Tossicità legale (Atra). Nel 1992 l'Epa, agenzia di protezione dell'ambiente statunitense, usò i test su animali per garantire la sicurezza di alcuni pesticidi nei prodotti alimentari, l’anno dopo, la stessa Epa inserì quei pesticidi in una lista di sostanze da ritirare dal mercato, perché cancerogene per gli animali di laboratorio. E evidente che l'agenzia disponeva di dati contrastanti, e poteva usarli a suo piacimento. Perché tutto questo? Che l'uomo sia diverso dalla cavia è lapalissiano, che dire, poi, del fatto che il 60 per cento dei risultati ottenuti sul topo sono diversi da quelli ottenuti sul ratto, nonostante la vicinanza tra le specie? Già nel 1990 alcuni ricercatori della statunitense Mayo Clinic sostenevano, su Stroke, che, su 25 composti in grado di ridurre il danno da ischemia cerebrale nei roditori e nei gatti, neanche uno funzionava sull'uomo. Si dimentica, o si fa finta di dimenticare, che nessuna specie può costituire un modello sperimentale per un'altra? Gli animali sono simili a noi nel percepire dolore, apprensione, paura. Ma sono diversi per meccanismi di assimilazione, struttura fisica e biochimica, scrive Cagno, insieme all'attivista Marina Berati, in un illuminante opuscolo dal titolo “Apriamo gli occhi sulla vivisezione” (lo si trova on-line, www.antivivisezione.it: «Se il risultato sul topo è diverso da quello sul gatto, sul cane o sul ratto, a chi assomiglierà l'uomo? Solo dopo aver sperimentato sull'uomo si scoprirà, volta per volta, a quale specie egli assomigli di più, in quel particolare caso». Allora la domanda ritorna: perché continuiamo a sezionare 101 animali? Facciamoci caso: i resoconti della ricerca riportano quasi sempre dati che riguardano topi, ratti o comunque specie che suscitano ben poca emotività. Si dimenticano di riferire i risultati ottenuti su cani, gatti e scimmiette. Di dirci che ogni anno, in Gran Bretagna, muoiono tre milioni di animali, negli Stati Uniti circa 17 milioni e 300 milioni nel mondo. E nella sola Italia, un milione di animali vengono immolati alla scienza. Sei volte su dieci, per esperimenti di farmacologia. Sei volte su dieci, senza anestesia. Anche se la legge vuole che gli animali si utilizzino solo in mancanza di alternative. Anche se siamo l'unico Paese con la possibilità di obiezione di coscienza alla sperimentazione. La legge 413 del 16 ottobre 1993 sancisce, infatti, che studenti, medici, tecnici e infermieri possano rifiutarsi di sperimentare su animali, e impone di prevedere laboratori sostitutivi. Sul sito www.laboratoricriminali.net ci sono i protocolli di ricerca di case farmaceutiche e università, che domandano al ministero della Sanità di autorizzarli alla vivisezione. Ma ci sono anche i commenti degli animalisti e persino nome, cognome e indirizzo di chi compie gli esperimenti, Nero su bianco, le quantità di animali usati e le mutilazioni a cui sono sottoposti. Vi è una selezione degli esperimenti più antiscientifici, di quelli più idioti e di quelli più dolorosi. Una sezione assegna il "premio crudeltà" all'Università Cattolica del Sacro Cuore, responsabile dei test più efferati: si legge di topolini neonati anestetizzati con ghiaccio e decapitati (senza sofferenza, sostiene la ricercatrice che chiede l'autorizzazione). Ma più delle parole parlano le immagini, spesso fornite dalla Peta (People for the Ethical Treatment of Animals: per info, Animalisti italiani, tel. 06.232.325.69): gatti con elettrodi conficcati nel cranio, scimmie con gli occhi cuciti, coniglietti intubati costretti a fumare, cuccioli di cane con aberranti deformazioni tumorali. I test, insomma, non si svolgono solo sui poco amati topolini. Lo dimostra Il fatto che, in Italia, nel 2000, siano stati utilizzati 766 cani, 612 scimmie e 26 gatti. E forse di più: la Lav (Lega anti vivisezione) denuncia che oltre 1.500 cani muoiono ogni anno nei laboratori. Un esempio: la Sigma Tau ha chiesto di poter sperimentare nuovi farmaci per l'insufficienza cardiaca su 80 beagle. Dopo l'intubazione, elettrodi verranno loro applicati sugli arti, un catetere inserito in un'arteria mediante puntura. Assumeranno farmaci per giorni e poi, «dopo un congruo periodo di convalescenza, potranno essere riutilizzati». Peggiore la sorte che tocca ad alcuni loro compagni, cui verrà inciso l'apice sinistro del cuore per impiantare un apparecchio per misurare la pressione, sull'arteria coronarica verrà messo un manicotto che, una volta gonfiato, provocherà un infarto. E dopo aver riposato, gli animali verranno osservati mentre corrono su un tapis roulant. Fino a quando verranno sacrificati con un'iniezione letale. Sono beagle, come quei 56 cuccioli che, lo scorso maggio, hanno commosso l'opinione pubblica. Fermati alla frontiera con l'Austria, provenivano dall'allevamento Morini di San Polo d'Enza (Reggio Emilia), uno dei maggiori fornitori di cani per la vivisezione (www.morini.re.it). Dopo indagini e pressioni da parte dell'Oipa, Organizzazione Internazionale Protezione Animali, la Morini ha dovuto chiudere i battenti: una legge regionale, la prima nel suo genere, vieta in Emilia l'allevamento di cani e gatti per la vivisezione. Oltretutto, sembra che i metodi adottati fossero alquanto discutibili. Paola Onorati, che in passato ha lavorato presso l'allevamento Morini, parla di maltrattamenti sugli animali: «I topi in eccedenza venivano presi a martellate, chiusi ancora vivi nei sacchi della spazzatura e gettati nell'inceneritore. E lo stesso trattamento veniva riservato ai cuccioli di beagle definiti "difettosi». E ancora: «Mancanza di norme di aerazione, box lunghi e stretti dove gli animali non possono neanche girarsi, libretti sanitari falsificati», denuncia Roberta Cattani, presidente della sezione di Parma dell'Oipa. Nonostante tutto, a metà settembre l'allevamento Morini sarebbe riuscito a "smistare" 118 cani tra Pomezia e Catania. Dovrà pagare una multa salatissima, ma sembra che questo non basti a fermare il commercio. Gli affari sono affari: ogni beagle costa 516 Euro. Per conoscere le cifre del mercato della vivisezione, basta cliccare sul sito della Harian (www.harlan.com), che pubblicizza prezzi e prodotti: topi, ratti, porcellini d'india, conigli, criceti, maiali, cani e gatti. Un beagle di sei mesi costa 473 euro, un gatto di nove 526. I topolini vanno da un paio di euro a oltre 70 per una femmina gravida. Dello stesso tenore il sito della Charles River (www.criver.com), che «fornisce più di 55 alterazioni chirurgiche sui roditori. L'acquirente può scegliere tra animali transgenici, ibridi, mutanti, sottoposti a operazioni, femmine gravide o con nidiata». Cani, maiali, pecore, scimmie sono invece le vittime della sperimentazione, in crescita, per clonazione e xenotrapianti, ovvero trapianti di organi animali. Lo scorso maggio, su The Guardian, sono stati pubblicati i dati del 2000: in un anno, 582 mila animali sono stati modificati geneticamente nei laboratori britannici. Il report, reso pubblico dalla GeneWatch, dichiara come molti esperimenti implichino sofferenza: «aborti, morte prematura e sterilità sono effetti collaterali comuni». Non solo: su oltre 10 mila tentativi di clonazione, ci sono state solo 124 nascite e 65 animali sono sopravvissuti. Enrico Moriconi, veterinario, nel suo libro Dna e S.p,ai,: non più uomini, non più animali, in pubblicazione per Cosmopolis, riferisce che prima di ottenere la scimmietta Andy, portatrice di geni di medusa (a che pro una scimmia fluorescente?), sono stati fatti 224 tentativi per ottenere 40 embrioni, e cinque gravidanze. Nonostante questo, gli esperimenti di clonazione animale sono cresciuti dell'800 per cento nell'ultimo decennio. E sull'inutilità della pratica si è espresso di recente Yu Jianqui, direttore dei cinese Chengdu Research Base, specializzato per la protezione dei panda gigante. Dopo aver tentato per anni di seguire la strada della clonazione, il Wwf ha deciso che, per la sopravvivenza della specie, era più utile investire nella salvaguardia dell'ambiente naturale in cui questa specie vive. Alle sofferenze dei cloni si vanno ad aggiungere quelle degli animali geneticamente modificati. Per esempio, per alimentare il business degli xenotrapianti. Gianni Tamino, europarlamentare, docente di Biologia generale all'Università di Padova, autore di Il bivio genetico (Ambiente), cita uno studio economico pubblicato nel '93 dalla Sandoz (ora Novartis): vi si afferma che, entro il 2010, il numero di trapianti decuplicherà, arrivando a 460 mila. «Per soddisfare la domanda», si legge, «occorrerebbero 320 allevamenti di maiali, al costo di 650 milioni di dollari. Presumendo che, nel giro di qualche anno, ogni xenotrapianto costi 10 mila dollari, si prevede che nel 2010 l'introito annuale da organi di animale possa aggirarsi intorno ai 5 miliardi di dollari». «Quindi la Novartis», sottolinea Tamino, «che dal '93 ha messo un miliardo di dollari negli xenotrapianti anche per potenziare le vendite della ciclosporina (un immunosoppressore che riduce il rischio di rigetto), non investirà certo in alternative o prevenzione, che restringano il bacino di malati da cui attingere clienti». Per non dire che, su circa 2000 xenotrapianti realizzati nel mondo, solo una cinquantina di riceventi ha superato i due mesi di sopravvivenza. Questo significa che, grazie ai maiali transgenici, si potrebbe allungare la vita, se va bene, di tre mesi, con il rischio di sviluppare nuove malattie trasmesse dall’animale», commenta Tamino. E conclude: «Gli xenotrapianti non hanno futuro. eppure si continua a investire, sottraendo risorse a ricerche più promettenti». Ecco, allora, tornare la stessa domanda: perché la sperimentazione animale? Perché continuiamo a commettere quello che Gandhi definiva «il crimine più nero tra i crimini commessi dagli uomini»? LE ALTERNATIVE CI SONOIl modo per sostituire la sperimentazione animale c'è, e si regge su tre R: Rofinement, Reduction e Reffiacement. Nel senso di: migliorare le tecniche per diminuire la sofferenza, ridurre gli animali da esperimento e usare metodi altemativi. Quali? Innanzitutto, la ricerca clinica: la maggior parte delle scoperte mediche, Infatti, sono dovute all'osservazione (spesso casuale) sull'uomo di un fenomeno, che poi si cerca di riprodurre artificialmente nell'animale. E poi: autopsie, biopsie, esami endoscopici, colture in vitro di cellule e tessuti umani, simulazioni al computer, epidemiologia e statistica. Ancora agli albori, ma promettente, la ricerca sui tessuti. Sono molti i materiali che potrebbero venire usati: pelle, ossa, cartilagini, sangue, tessuti asportati durante operazioni chirurgiche o da biopsie. Ma non esistono, tranne che in Gran Bretagna, banche di tessuti umani per la ricerca. E che dire del fatto che i metodi alternativi devono essere validatì? Per farlo, l'Unione Europea ha Istituito l'European Center for the Validation of Alternative Methods, che ha sede a Ispra (Varese). Peccato che, per validare i metodi sostitutivi, all'Efvam utilizzino un approccio alquanto discutibile: Il confronto con i risultati ottenuti da esperimenti su animali! Ma le altemative funzionano? Emblematico uno studio riportato su Le Scienze: nel '94, alcuni ricercatori della State University di New York hanno mostrato il percorso effettuato nel corpo femminile dall'Hiv, utilizzando campioni di tessuto umano. In seguito, gli stessi ricercatori hanno introdotto Il Siv (il virus analogo che Infetta I primati) nella vagina di alcune scimmie, per poi ucciderle e dissezionarle. Hanno ottenuto gli stessi risultati. Ricco di opportunità è Il settore della didattica. Una legge (la 216/92) ammette la sperimentazione animale in quest'ambito «soltanto In caso di inderogabile necessità, e quando non sia possibile ricorrere ad altri sistemi dimostrativi». E questi sistemi ci sono: modellini di organi, film, video, simulazioni computerizzate Interattive·personalizzate, libri di fotografie, esperimenti su microrganismi, colture cellulari e tissutali -Tra l'altro», sottolinea Massimo Tettamanti, medico anti-vivisezionista, «gli studenti che usano metodologie alternative hanno dimostrato di essere anche più preparati degli altri». Il tutto con un risparmio che va dal 15 al 54 per cento. Oggi circa Il 70 per cento dei corsi di laurea non usa animali (l'elenco completo si trova sul sito www.novivisezione.org. Allo stesso Indirizzo, si può chiedere di provare gratuitamente i kit di metodi altemativi per la didattica.
PER STARE BENE. NOI E LORO Sul volantino c'è un coniglietto con Il cuore che batte e, a fianco, un uomo. Slogan: «Salvare entrambi si può». Che si possa fare ricerca per sconfiggere le malattie, e preservare vite umane, senza sacrificare gli animali è Il messaggio della campagna contro la vivisezione inutile lanciata ieri da Oipa (Organizzazione internazionale protezione animali) e Limav (Lega Internazionale medici abolizione vivisezione). L’iniziativa vuole sottolineare l'inutilità Scientifica della vivisezione, ma soprattutto denunciare le associazioni che raccolgono fondi per la ricerca finanziando anche sperimentazioni su animali. Oggi, grazie a punti Informativi nelle principali città d'Italia, verranno venduti cesti di limoni e distribuito un volantino con l'elenco delle associazioni che promuovono la ricerca senza animali. Qualche esempio? La Lila (Lega Italiana per la lotta contro l'Aids), e la Lega Italiana per la lotta contro i tumori. Al contrario, le associazioni che finanziano ricerche che fanno uso della vivisezione sono, tra le altre, l'Aism (Associazione italiana sclerosi multipla), l’Anlaids (Associazione nazionale per la lotta contro l'Aids), Telethon, il Comitato 30 ore per la vita e l'Airc (Associazione Italiana per a ricerca sul cancro). Per info: www.RicercaSenzaAnímali.org oppure Oipa e Limav, Tel. 02.642.7882. Ma chi volesse sostenere la campagna contro la sperimentazione animale, può fare di più che boicottare le associazioni della *lista nera". Per esempio, allestire una mostra fotografica contro la vivisezione, chiedendo i cd-rom con le foto (tra cui quelle che si vedono su queste pagine) attraverso Il sito www.novivisezione.org.
La sperimentazione animale è utile e necessaria? Articolo tratto dalla rubrica “Attualità” del mensile “biologi italiani” - mese di novembre 2002 S. Cagno ASL Vimercate (MI) - Comitato Scientifico Antivivisezionista
Aspetti storici La sperimentazione animale ha origini antichissime. Sembra che i primi esperimenti siano stati compiuti circa nel 300 a. C. da studiosi della cosiddetta Scuola Alessandrina, che prendeva il nome da Alessandria d'Egitto, importante centro urbano egizio dell'antichità, ma soprattutto sede di svariate attività culturali. Fu però nel diciannovesimo secolo che un fisiologo francese, Claude Bernard (1813-I 878), propose per primo la sperimentazione animale come colonna portante della ricerca scientifica di base. Intorno alla metà degli anni settanta, alcuni filosofi, come l'australiano Peter Singer (1) e lo statunitense Tom Regan (2) proposero un nuovo modo di rapportarsi al mondo animale, ponendo le basi per il cosiddetto Movimento dei diritti degli animali. Secondo Singer e Regan, la sperimentazione animale andrebbe condannata perché violerebbe i diritti alla vita e al benessere, posseduti anche dalle altre specie, oltre a quella umana. La discussione sulla liceità etica della sperimentazione animale, poggia sul presupposto che quest'ultima possieda un valore scientifico e quindi sia in grado di contribuire al miglioramento delle conoscenze in campo biologico e medico. Se però così non fosse, il problema etico non si porrebbe, poiché nessuno ricorrerebbe al sacrificio di animali, quando i dati forniti da questi ultimi fossero inutilizzabili o persino forvianti. Parallelamente al crescere di una coscienza animalista all'interno della società civile, si è anche allargato un movimento scientifico di opposizione alla sperimentazione animale. I primi esempi risalgono addirittura all'inizio del 1900. in Italia il dottor Augusto Agabiti scrisse un libro intitolato "Il problema della vivisezione (3) e pochi anni dopo, nel 1930, il dottor Gennaro Ciaburri pubblicò "La sperimentazione sugli animali", recentemente ristampato dall'Associazione Ticinese-Romanda Antivivisezionista (ATRA) e ancora attuale (4). Negli ultimi anni si sono costituite anche associazioni di laureati in materie scientifiche che criticano la sperimentazione animale. Quindi, ad una maggiore diffusione di quest'ultima, ha fatto seguito anche una maggiore opposizione all'interno dello stesso ambiente scientifico. In Italia si è costituito il Comitato Scientifico Antivivisezionista e in Svizzera, ma con delegazioni in tutto il mondo, la Lega Internazionale Medici per l'Abolizione della Vivisezione (LIMAV). Molte associazioni si sono costituite anche all'estero, soprattutto nel mondo anglosassone; Association of Veterinarians for Animals Rights, Europeans for Medical Advancement, Doctors and lawyers for responsible medicine, Medical Research Modernization Commettee, Physicians Committee for responsible medicine, Psy chologist for the ethical treatment of animals. Inoltre, sia in Italia che all'estero, negli ultimi anni sono stati pubblicati diversi libri il cui scopo è proprio quello di contestare la sperimentazione animale sul piano scientifico (5) (6) (7) (8) (9) (10) (lì) (12) (13) (14) (15) (16). Di seguito verranno illustrate le argomentazioni del movimento antivivisezionista scientifico.
I modelli animali sono predittivi? Chi accetterebbe una trasfusione con un liquido simile al sangue? Nessuno. Eppure la supposta validità scientifica della sperimentazione animale si basa proprio sul criterio del simile. Non potendo compiere in prima battuta esperimenti direttamente sugli esseri umani, alcuni ricercatori li compiono sugli animali, poiché sono simili a noi. Ogni specie però possiede un proprio genoma che determina i caratteri biologici ereditabili: anatomia, fisiologia, microbiologia e spesso anche i meccanismi patogenetici con cui si manifestano le malattie. Pertanto le variabili biologiche che esistono tra una specie e un'altra sono talmente numerose che nessuna specie può essere un valido modello sperimentale per un'altra. Dimostrazione di ciò, è l'assoluta necessità, sancita anche dalla legge, di sperimentare anche sugli esseri umani, dopo averlo fatto negli animali. Solo quando i risultati sulla nostra specie sono simili a quelli ottenuti su un'altra specie, i fautori della sperimentazione animale affermano di avere ottenuto un successo grazie alloro metodo di ricerca. Dimenticano però di citare tutti gli altri casi. Se andiamo a vedere in letteratura ci accorgiamo che i farmaci innocui negli animali e tossici o mortali negli esseri umani, sono la maggioranza di quelli commercializzati. Il General Accounting Office statunitense valutò 198 dei 209 nuovi farmaci immessi sul mercato tra il 1976 e il 1985 e trovò che il 52% di essi avevano mostrato gravi rischi per la salute umana dopo l'approvazione alla commercializzazione (17). Questa dato fu successivamente confermato da un'altra ricerca condotta sempre negli USA che stimò nel 51% del totale i farmaci che presentavano gravi reazioni avverse nei pazienti ossia morte, rischio di morte o invalidità permanente, impreviste rispetto alla sperimentazione pre-clinica (18). Un altro studio epidemiologico condotto sugli oltre 33 milioni di statunitensi ricoverati negli USA nel 1994, dimostrò che circa i 00.000 morirono sempre per le reazioni avverse da farmaci (19). Se lo scopo della sperimentazione animale è quello di filtrare le sostanze potenzialmente dannose per la salute umana, i dati ora presentati dimostrano il fallimento di tale scopo. Alla stessa maniera si potrebbe anche ipotizzare che terapie utili e innocue per gli esseri umani potrebbero essere state scartate perché non furono in grado di superare i test animali. Lo stesso ragionamento può essere compiuto anche per quanto riguarda le ricerche sulle patologie. Nel 1954, ad esempio, il dottor Richard Dolì scopri, grazie ad una ricerca epidemiologica, che il fumo di sigaretta aumentava il rischio di sviluppare un tumore polmonare (20). Per anni la validità ditale risultato fu negata, perché i ricercatori non riuscivano a provocare la stessa reazione negli anima]i da laboratorio. In questo caso si giunse al paradosso di negare un dato epidemiologicamente dimostrato negli esseri umani, perché la stessa condizione non poteva essere riprodotta negli animali. In realtà nei laboratori, al massimo, vengono ricreati grossolani modelli sperimentali dei sintomi, ma non delle più complesse sindromi umane. Tale metodo diventa paradossale nel campo delle ricerche psichiatriche dove. secondo il manuale diagnostico più utilizzato al mondo dai chimici, le stesse condizioni sperimentali, ossia somministrazione di sostanze e danni organici indotti a livello cerebrale negli animali, sono gli stessi criteri per escludere proprio una patologia psichica (21). Negli ultimi dieci anni sono stati creati innumerevoli animali transgenici, nel vano tentativo di creare modelli sperimentali più aderenti alla realtà. Una delle tecniche utilizzate è quella di aggiungere nel genoma dell'animale un gene umano. Così facendo, però, i ricercatori dimostrano nei fatti che il modello animale è privo di valore scientifico, poiché loro stessi sono costretti ad "umanizzare" gli animali per diminuire le differenze. Anche gli animali transgenici continuano però a comportarsi in base ai meccanismi biologici della propria specie, ad eccezione del carattere manipolato. Così il primo animale transgenico brevettato nel 1988, il famoso oncomouse, nel cui genoma era stato introdotto il gene umano myc per lo sviluppo del tumore alla mammella, non è stato ancora in grado di fornire dati utili al miglioramento delle conoscenze riguardanti la patologia oggetto di studio. E sempre nel campo delle ricerche sul cancro si continua l'inutile sacrificio degli animali, nonostante sia già emerso, ad esempio, che il 46% delle sostanze cancerogene per i topi non lo sono per i ratti e viceversa (22), oppure che sostanze cancerogene per gli esseri umani, scoperte naturalmente con altri tipi di ricerche, non lo sono affatto per gli animali da laboratorio (23).
I modelli animali sono al passo con il progresso tecnologico? E' innegabile che Claude Bernard nel diciannovesimo secolo non possedeva gli stessi strumenti tecnologici sui quali possono invece contare i ricercatori ai giorni nostri. In particolare negli ultimi decenni abbiamo assistito ad uno sviluppo mai verificatosi precedentemente. Nonostante ciò il modello animale continua ad essere utilizzato alla stessa maniera. Moltissimi animali sono impiegati nei test per la determinazione della tossicità acuta delle sostanze, non solo farmaceutiche. Agli animali vengono fatte assumere dosi crescenti della sostanza oggetto dello studio e successivamente misurata la mortalità degli animali impiegati. Questa prova solitamente viene condotta fino a quando il 50% degli animali muore e per questo motivo viene chiamata Dose Letale 50 (LD5O) (24): questo test è stato impiegato per la prima volta nel 1927 e, a tutt'oggi, rimane il cardine della tossicologia. A volte viene utilizzata una sua variante, detta della "dose fissa", in cui la dose somministrata agli animali non è variabile, ma determinata a priori (25). Questo test, vecchio di oltre 70 anni non è mai stato validato, poiché ogni specie animale presenta una propria LD5O e solo dopo avere somministrato la sostanza in studio anche agli esseri umani, si può stabilire se questa è tossica o innocua. Un esempio emblematico può essere quello della Diossina, sperimentata su un numero elevatissimo di specie differenti con risultati che variano da "molto tossica" a innocua" (Tabella 1) (26)
Porcellino d'india 0,6 – 2 Ratto 22 – 45 Pollo 25 – 50 Scimmia 70 Coniglio 115 Cane 100 – 200 Topo 114 – 284 Rana toro >1000 Criceto 1157 – 5000 Tab. 1- LD50 Diossina Il valore è espresso in mg/Kg
Se però andiamo ad analizzare i dati riguardanti sostanze appartenenti ad una identica classe farmacologica, ad esempio gli antidepressivi serotoninergici, i risultati sono ancora più sconcertanti. Ogni farmaco è stato sperimentato su specie differenti e in numero variabile (da uno a quattro), venendo meno ai criteri, fondamentali per i modelli di ricerca, della standardizzazione e della riproducibilità, ossia l'assoluta necessità di utilizzare un determinato metodo sempre alla stessa maniera (27). Oltre ai test di tossicità esistono quelli di irritabilità degli occhi e della pelle, molto utilizzati nella cosmesi e meglio noti con il nome di Draize Test; in essi vengono impiegati conigli albini (28). Nel caso dell'imitabilità oftalmica (Draize Eye Test) vengono utilizzati 6 conigli per ogni prova. Gli occhi dell'animale vengono prima lavati e poi trattati con fluorescina di sodio per escludere la presenza di qualsiasi difetto. Uno dei due occhi del coniglio funge da controllo e quindi viene lasciato senza trattamento, nell'altro viene applicato un sottile strato della sostanza in esame e viene valutato il danno a distanza di tempo (24, 72, 168 ore). Uno dei motivi per ha indotto nel lontano 1944 il dottor Draize a scegliere i conigli è la mancanza in questi animali delle ghiandole lacrimali e quindi l'impossibilità di espellere il prodotto. Già nel 1971 due ricercatori, Weil e Scala, avevano dimostrato come i risultati sia del Draize Test cutaneo che oftalmico differivano enormemente, non solo tra un laboratorio e l'altro, ma persino all'interno dello stesso laboratorio (29), provando così, non solo l'inapplicabilità dei risultati agli esseri umani, ma anche l'impossibilità degli stessi ad essere giudicati in maniera oggettiva. L'indagine era stata condotti in 31 laboratori degli Stati Uniti e del Canada, a cui era stata commissionata la sperimentazione, mediante il Draize Test oftalmico, di 12 sostanze sospettate di essere dannose. Soltanto 3 furono giudicate da tutti i laboratori come 'non irritanti". Le altre 9 ottennero risultati clamorosamente differenti tra i vari laboratori e spesso anche all'interno di uno stesso laboratorio: ad esempio l'etere glicol-monoetil-etilenico fece registrare all'interno di un laboratorio valori diversi anche di 60 volte tra uno sperimentatore e l'altro. Anche in questo caso, nonostante sia passato oltre mezzo secolo, nessuno ha voluto eliminare questo test con altri più adeguati all'attuale sviluppo tecnologico.
Abolire o regolamentare Diversi ricercatori, pur ammettendo l'inadeguatezza di alcuni test sugli animali ne propongono una loro regolamentazione, auspicando l'applicazione del cosiddetto "principio delle tre R" sancito nel 1959 da William Russelì e Rex Burch (30). Le tre R sono le iniziali delle parole inglesi "replace, reduce, refine", ossia "rimpiazzare" gli animali con tecniche alternative ogni volta che ciò sia possibile, "ridurre" il numero degli animali e infine "raffinare" le tecniche e i trattamenti degli animali in modo da ridurne la sofferenza. Il fallimento del "principio delle tre R" è sotto gli occhi di tutti. Gli animali attualmente utilizzati in un anno per la sperimentazione sono circa 400 milioni (31) con un incremento rispetto agli anni cinquanta. Tutte le ricerche che provocano sofferenza negli animali sono tuttora compiute come, ad esempio, la stimolazione cerebrale mediante elettrodi conficcati nel cervello di scimmie e gatti o il condizionamento degli stessi attraverso scariche elettriche dal pavimento (32). Persino i vecchissimi test LD5O e Draize Test non sono stati sostituiti con metodiche più moderne. Alla luce dell'immobilismo dimostrato negli ultimi cinquant'anni dai ricercatori che utilizzano animali e considerando la sperimentazione animale un "errore metodologico", come afferma da tempo il professor Pietro Croce (33), la strada da percorrere è quella dell'abolizione e dell'immediata sostituzione con metodiche che utilizzino i sussidi tecnologici di cui disponiamo.
Le alternative Al contrario di quanto spesso viene affermato, le alternative alla sperimentazione animale non sono solo le colture cellulari, ma anche metodi più vecchi, come l'epidemiologia o, al contrario più moderni come quelli che utilizzano simulazioni al computer, modelli matematici e meccanici ed anche la donazione cellulare. La maggior parte delle acquisizioni scientifiche riguardanti i fattori di rischio delle patologie cardiocircolatorie sono state ottenute grazie all'epidemiologie ed eventualmente, solo successivamente confermate su qualche specie animale. In altri casi, come la citata correlazione tra fumo di sigaretta e tumore al polmone, i tentativi di confermare negli animali i dati epidemiologici sono serviti solo a fare perdere tempo. Spesso viene detto che le colture cellulari differiscono dal funzionamento dell'organismo in toto. I test che utilizzano cellule umane, però, forniscono dati parziali, ma rispondenti a quanto avviene nella nostra specie, i test animali invece forniscono dati globali, ma tutti da verificare e, come abbiamo visto, solo raramente questo succede. Nonostante il sostanziale immobilismo dimostrato spesso dai ricercatori che utilizzano animali, non mancano esempi in cui altri metodi sono stati impiegati con successo. Il test di Ames, ad esempio, ha sostituito i modelli animali per quanto riguarda le ricerche sulla mutagenicità e cancerogenicità delle sostanze (34). La maggior validità dei test cellulari rispetto a quelli animali, comunque, è già stata dimostrata alcuni anni fa, grazie ad un progetto denominato "Multicenter Evaluetion of In Vitro Toxicology" (MEIC), avviato con lo scopo di confrontare le tradizionali prove sugli animali con le metodologie alternative (35)(36). In questo caso erano state scelte le più promettenti metodologie alternative (circa 60) fra le colture cellulari animali o umane e il confronto tra i risultati ottenuti nell'uomo, negli animali e con le colture cellulari era stato effettuato utilizzando le più avanzate metodologie informatiche. I risultati furono che: le prove su animali, effettuate su topi e ratti, ossia in assoluto le· specie animali più utilizzate, mostrarono una capacità predittiva molto modesta della dose letale per l'uomo (Indice di predittività Q2 -0.64) i risultati· migliori. più predittivi della dose letale per l'uomo, si erano ottenuti tramite una serie di 3 colture cellulari di cellule umane (Indice di predittività Q2 =0.76-0.82) le 3 colture cellulari erano:· Hep G2 che misura l'influenza della sostanza da testare sul contenuto proteico (durata del test = 24 ore) HL-60 che misura l'influenza della sostanza da testare sul contenuto di ATP (durata del test = 24 ore) Chang Liver che misura le variazioni della morfologia (24 ore) e del pH (7 giorni). Questa serie di tre metodologie· risultava essere. oltre che più predittiva, anche più rapida ed economica delle tradizionali prove su animali. Bisogna inoltre notare che questa serie di tre colture cellulari si era rivelata più predittiva rispetto ai "migliori" risultati ottenuti sugli animali. Recentemente le moderne tecniche di donazione hanno aperto nuovi orizzonti, ad esempio, nel processo di sviluppo di un farmaco. Fino ad ora, la determinazione del legame con i recettori si è determinata somministrando la sostanza in studio agli animali. Il tipo di recettori e la loro distribuzione può però variare moltissimo da specie a specie. Attualmente è invece possibile isolare, ad esempio, un certo recettore umano e, utilizzando le tecniche di genetica molecolare, riprodurlo in colture cellulari. A questo punto si può mettere in contatto la sostanza oggetto della ricerca con i recettori clonati e studiare il tipo di legame che si viene ad instaurare. Inoltre mediante l'impiego di tecniche quali l'autoradiografia e l'ibridizzazione in situ, possiamo determinare l'esatta localizzazione di questo recettore nel Sistema Nervoso Centrale e chiarire la sua stessa funzione cerebrale (37). Tutto ciò rappresenta un corretto uso delle nuove e sofisticate tecnologie in grado di fornire acquisizioni scientifiche nel campo della fisiologia e farmacologia. Il problema non è la mancanza di metodologie sostitutive lo sperimentazione animale, ma la loro scarsa sponsorizzazione economica e il loro insufficiente utilizzo. Inoltre si chiede giustamente che vengano validate, ma questo processo è portato avanti dall'European Center for the Validation of Alternative Methods (ECVAM) confrontando i risultati dei nuovi test con quelli ottenuti precedentemente sugli animali, anziché sui dati presenti in letteratura e riguardanti gli esseri umani. Infine è importante sottolineare che i modelli animali che fungono da confronto per la validazione, non sono mai stati a loro volta validati in passato. Si rischierà così di validare metodi sostitutivi la sperimentazione animale che possiedono poca o nulla validità e se ne scarteranno altri, migliori, ma non accettati perché hanno fornito risultati differenti rispetto a quelli ottenuti sugli animali.
Conclusioni Il presente articolo ha avuto lo scopo di informare su alcune argomentazioni degli scienziati antivivisezionisti, offrendo ai Biologi la possibilità di confrontarle con quelle che solitamente trovano su molti libri e trattati. Si è cercato anche di dimostrare che esiste una letteratura scientifica antivivisezionista che differisce dalle tematiche etiche e animaliste, anche se poi l'obiettivo finale può essere identico. Qualunque sia la conclusione a cui ognuno può giungere, la constatazione che sono tuttora utilizzati metodi sperimentali vecchi di più di cinquant'anni dovrebbe fare riflettere chiunque sulla assoluta necessità, almeno di sostituire questi modelli obsoleti. In campo tecnologico e soprattutto industriale è ormai impossibile trovare prodotti sul mercato che risalgono alla prima metà del ventesimo secolo. Eppure questo succede in campo scientifico dimostrando, quanto meno, una certa pigrizia mentale, assolutamente non accettabile quando ci troviamo di fronte alla salute umana. Almeno su questo punto, favorevoli e contrari alla sperimentazione animale dovrebbero trovarsi d'accordo.
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Vivisezione sempre più bestiale da L’Espresso 16.04.2003
In Italia i centri che fanno sperimentazioni su animali aumentano a dismisura. E ogni anno muoiono nei laboratori 50 mila animali. Ecco gli ultimi agghiaccianti dati
La mappa degli esperimenti A Savona hanno accusato i responsabili dell’Enpa, l’Ente di protezione animali, di uccidere cani e gatti con una piccola camera a gas formata da una scatola di legno e un tubo di gomma collegati a una bombola di anidride carbonica. A Bari, invece, hanno bloccato la partenza di un carico di 40 beagle diretti in Svizzera e in Germania per essere impiegati nella sperimentazione. A Reggio Emilia, ancora, un pubblico ministero sta indagando su due persone che lo scorso novembre avrebbero rubato altri 130 beagle d’allevamento dall’azienda Morini di San Polo d’Enza. Protagonisti di queste azioni e imputazioni sono animalisti, antivivisezionisti, militanti e strenui difensori di cani, gatti, topolini, maiali, pecore, uccelli e quant’altro viene utilizzato come cavie per la sperimentazione scientifica, destinata per lo più a fini commerciali. Conducono da anni una guerra sporca, tra blitz e boicottaggi. Sul banco degli imputati hanno messo le aziende, i centri di ricerca e le università che ricorrono alla vivisezione per studiare i livelli di tossicità delle sostanze contenute nei cosmetici, nei rossetti e creme di bellezza, nei medicinali e detersivi, nei lubrificanti, vernici e pesticidi. Un volume d’affari da capogiro che comprende anche gli esperimenti sugli organismi geneticamente modificati, quelli in campo odontoiatrico e bellico ma anche gli esperimenti per la cura dell’Aids, del cancro, del diabete e dell’Alzheimer, solo per fare alcuni esempi. Secondo i dati della Lav, la Lega antivivisezione, «sono 50 mila gli animali che muoiono ogni anno per gli esperimenti nei laboratori italiani» nonostante esistano in commercio «8 mila prodotti non testati» ma ancora non facilmente individuabili nella rete di distribuzione commerciale. Finora, si sapeva soltanto quanti fossero i centri che avessero presentato richiesta al ministero della Sanità per esercitare la vivisezione, ma non chi avesse poi ricevuto l’autorizzazione a praticarla. «Adesso, finalmente, siamo a una svolta», racconta Sabina Bietolini degli Animalisti italiani Peta. «Nel senso che sappiamo i nomi di 233 centri di vivisezione che hanno dichiarato al ministero della Salute di aver utilizzato animali». Sono distribuiti un po’ in tutte le Regioni, con la Lombardia capofila (con 64 centri autorizzati), seguita da Lazio (35), Veneto (20), Toscana (16), Emilia Romagna (15) e Piemonte (14), soltanto per fare alcuni esempi. Dei 233, 43 sono centri di ricerca pubblica, 104 università, dieci strutture ospedaliere e 76 aziende e società private. Nell’elenco ricostruito dagli animalisti su fonte del ministero della Sanità sono presenti nomi di tutto rispetto: Boehringer Ingelheim Italia, multinazionale del settore farmaceutico impegnata nella cura di patologie del sistema cardiocircolatorio, respiratorio e immunologico; Fidia, che svolge attività di ricerca nei settori dell’osteoarticolare, dell’oncologia e delle neuroscienze. E ancora il gruppo farmaceutico Serono e le aziende Fatro, Chiesi e Tecnogen. La sostanza della guerra dichiarata al ministero della Sanità e ai centri autorizzati, oltre a una questione di principio e alla possibilità di ricorrere a pratiche alternative alla vivisezione, riguarda anche i diritti dei consumatori, che molto spesso non hanno la possibilità di scegliere tra un prodotto testato e uno non testato. Esiste infatti anche un elenco delle aziende che hanno dichiarato, con tanto di certificazione, di rispettare lo «standard unico di riconoscimento dei prodotti» elaborato dalle 50 più importanti associazioni animaliste del mondo coordinate dalla Coalizione europea contro la vivisezione. È venuta fuori una lista di 150 aziende che si sono impegnate a non condurre e commissionare test sugli animali e a non comprare materie prime da aziende che li praticano. Tutti prodotti per l’abbigliamento, la cosmetica e l’alimentazione che hanno il marchio «non testato sugli animali». Per adesso il giro d’affari è ancora ridotto, ma la rete di distribuzione vista la sensibilità crescente dei consumatori si sta attrezzando, ed è frequente trovarli nelle erboristerie, farmacie, alimentazione naturale, ma anche nei supermercati e centri commerciali. Secondo i dati della Peta Italia, in Italia, tra il 1998 e il 2000 il numero degli animali destinati alla vivisezione è diminuito, passando da oltre un milione a circa 900 mila. Eppure continuano ad aumentare i centri che chiedono di praticare la vivisezione, tanto che in due anni «si è registrato un aumento di circa il sei per cento». E intanto il quadro legislativo e istituzionale non è dei migliori. Alla fine dello scorso anno il Consiglio e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo sulla proroga che permette alle aziende di testare i livelli di tossicologia dei cosmetici sugli animali per altri dieci anni. In tutti i Paesi Ue sono partite campagne, raccolte di firme, petizioni, proposte di legge di iniziativa popolare, ma sembra che l’accordo sarà ratificato entro giugno senza alcuna possibilità di modifica. Detto questo, gli attivisti non si danno per vinti, e dal 12 al 19 aprile, in occasione della settimana mondiale contro gli animali da laboratorio, hanno già organizzato, anche in Italia, una serie di iniziative clamorose per far capire ai parlamentari europei e italiani che l’accordo deve essere cambiato. Lav, Peta Italia, Oipa, l’Organizzazione internazionale per la protezione degli animali e Lndc, la Lega nazionale per la difesa dei cani, hanno mobilitato migliaia di attivisti e sono pronti a blitz, sabotaggi e manifestazioni a suon di fischietti, tamburi, trombe e cartelloni contro la vivisezione. L’obiettivo, come è già successo con i prodotti geneticamente modificati, è coinvolgere i consumatori, ma in Italia non è facile. Se da un lato i consumatori del Belpaese sono grandi amici di cani, gatti, pappagalli e criceti d’appartamento, dall’altro spendono miliardi di euro ogni anno in prodotti cosmetici.
In rete:
La Lav è la principale associazione animalista italiana. La People for etichal treatment of animals, Peta , ha anche un suo nodo italiano ; per la promozione delle campagne contro il fenomeno del randagismo e dell'abbandono, per il sostegno degli animali maltrattati e per l'abolizione dei canili-lager, si può andare sul sito di Gaia Animali e Ambiente mentre per la lotta contro qualsiasi forma di sfruttamento animale, qui. Si intitola Crimini Nascosti la mostra fotografica sugli orrori della vivisezione visibile anche on line, dall'associazione No Vivisezione; e qui si possono scaricare dei filmati (decisamente forti) sulle sofferenze inflitte agli animali durante la vivisezione. Tra i comitati scientifici italiani, ricordiamo il Comitato Scientifico Antivivisezionista Equivita che unisce e coordina medici e scienziati italiani che aderiscono alla lotta contro la sperimentazione animale, e la Oipa, l'Organizzazione Italiana Protezione Animali, una Ong affiliata al dipartimento della pubblica informazione dell'Onu. Tutti i documenti ufficiali dei laboratori di vivisezione si trovano qui mentre sul sito di Ricerca senza animali si può seguire la campagna informativa sulle pratiche di sperimentazione animale finanziate dalle associazioni per la ricerca medica. L'European Coalition to End Animal Experiments si impegna per l'eliminazione degli esperimenti su animali in molte aree, compresa l'ingegneria genetica e l'uso dei primati nella ricerca mentre l'organismo incaricato dall'Unione Europea della validazione dei metodi alternativi all'uso di animali è l'Ecvam. Per le alternative all'utilizzo di animali nella sperimentazione, la John Hopkins University sostiene un centro di ricerca tra i più aggiornati degli Stati Uniti e qui si trova la lista dei database di metodi alternativi.
VIVISEZIONE: PALCOSCENICO DI ORRORI di Daniela Bonioli
In nome della ricerca scientifica 300 milioni di animali all’anno nel mondo, muoiono in modo crudele. E’ allora è lecito domandarsi se tutto questo abbia un senso? E nel frattempo la politica che fa? Litiga naturalmente...
La parola “vivisezione” significa, letteralmente, “sezionare da vivo”, cosa che non avviene certo in tutte le ricerche compiute sugli animali. Chi esegue esperimenti sugli animali preferisce usare il termine meno cruento di “sperimentazione animale” che non richiama altrettanto l’idea della violenza e della tortura anche se, m realtà, la sofferenza e la violenza sono presenti in modo forte e talvolta in misura anche maggiore dove non avviene la dissezione vera e propria (se eseguita in anestesia). Gli animali utilizzati appartengono alle più svariate specie; vengono usati soprattutto topi, ratti e cavie, ma anche molti conigli, cani, gatti, maiali, scimmie, uccelli, pesci e anche mucche e vitelli. Gli animali vengono devocalizzati per impedire loro di urlare; vengono avvelenati, ustionati, accecati, affamati, mutilati, congelati, decerebrati, schiacciati, sottoposti a ripetute scariche elettriche attraverso elettrodi conficcati nel cervello, infettati con qualsiasi tipo di virus o batterio, anche quelli che non colpiscono gli animali, come il treponema pallidum per la sifilide o l’Hiv per l’Aids. Inoltre, il 63% degli esperimenti (dati britannici) viene compiuto senza anestesia, un altro 22% con anestesia solo parziale. Gli esperimenti di psicologia sono particolarmente crudeli, perché sottopongono gli animali ad ogni forma di stress fisico e psicologico, nel tentativo assurdo di riprodurre e studiare le malattie mentali degli esseri umani e le loro cause. Si compiono, ad esempio, migliaia di esperimenti sulla “deprivazione materna”, sull’isolamento e sulla aggressività. È importante rilevare come non si possa accettare che esistano da un lato, la “vivisezione giusta” (quella per scopi medici) e dall’altro, la “vivi-sezione sbagliata” (ad esempio, quella per i cosmetici). La vivisezione, definita da Gandhi “il crimine più nero tra i neri crimini commessi dall’uomo”, va avanti per una forma d’inerzia culturale, perché non ci si oppone agli interessi che la sostengo no e che impongono come dogma che “la vivisezione è necessaria”. È significativo, a questo proposito, il fatto che ancora oggi si usi, come test di tossicità, il “Draize test”, che misura l’irritabilità di una sostanza versandola negli occhi e sulla pelle di decine di conigli, lasciandola li per ore o giorni, finché non avvenga la necrosi dell’organo. Ebbene, questo test, inventato nel 1944, continua ad essere usato, immodificato; è una della tante dimostrazioni di come queste pratiche proseguano solo per inerzia e di come non si voglia realmente progredire verso metodi più scientifici. Lo stesso discorso vale anche per il test “LD5O”, utilizzato per la prima volta nel 1927, in cui si somministrano dosi crescenti di una sostanza a diversi animali fino alla morte del 50% di essi. I medici antivivisezionisti partono dalla semplice e oggettiva constatazione che gli animali non sono modelli sperimentali adatti all’uomo, perché troppo diversi da noi. Ogni specie animale è infatti biologicamente, fisiologicamente, geneticamente, anatomicamente molto diversa dalle altre e le estrapolazioni dei dati tra una specie e l’altra sono impossibili. Un numero sempre crescente di medici non accetta più la validità della vivisezione come dogma e considera antiscientifici gli esperimenti sugli animali. Questi esperimenti non portano ad alcuna reale conoscenza sugli effetti di una eventuale sostanza da provare (come ad esempio un farmaco), perché animali di specie diverse, come pure di razze diverse o addirittura di ceppi della stessa specie, rispondono in modo diverso ad un dato stimolo. È sufficiente dire che il 60~ o delle risposte dei topi differisce da quelle dei ratti, specie a loro molto simile. E, dunque, se il risultato ottenuto sul topo è diverso da quello ottenuto sul gatto, diverso da quello ottenuto sul cane e anche da quello ottenuto sul ratto, a chi somiglierà di più l’uomo: al topo, al gatto al cane o al ratto? Vale la pena di sottolineare che la sperimentazione sugli animali fornisce ai produttori di farmaci la possibilità di selezionare la risposta, variando la specie animale o semplicemente le con dirioni dell’esperimento, con il fine di commercializzare, in un’ottica di profitto, migliaia di farmaci che, una volta in commercio, si rivelano spesso inutili e talvolta dannosi. La sperimentazione animale fornisce così una comoda tutela giuridica alle aziende farmaceutiche. Esistono circa 200 mila specialità farmaceutiche in commercio nel mondo, mente quelle ritenute utili dall’Organizzazione mondiale della sanità sono soltanto 300-400. Per quale ragione, allora, si esperimenta ancora sugli animali? Lo si fa in grande parte per favorire le carriere universitarie, basate sul numero di pubblicazioni prodotte, essendo gli esperimenti sugli animali (non importa se già effettuati migliaia di volte) la via più facile e veloce. Inoltre, come già detto, la sperimentazione sugli animali costituisce per le industrie una sicura tutela giuridica per ogni eventuale contenzioso. Eppure, in Italia, in 11 sono state ritirate per inidoneità o perché pericolose oltre 22 mila specialità farmaceutiche, la cui efficacia e innocuità era stata garantita dalla sperimentazione animale. Il General Accounting Office statunitense ha passato in rassegna 198 nuovi farmaci dei 209 commercializzati tra il 1976 e il 1985 ed ha trovato che, il 52’ o di essi presentavano “gravi rischi emersi dopo l’approvazione” che i test sugli animali non avevano previsto. Del resto, si è saputo che negli Stati Uniti le malattie iatrogene ( quelle provocate dai farmaci) costituiscono la quinta causa di morte. Un dossier pubblicato recentemente su Scientific American apre un primo spiraglio nel mondo scientifico “ufficiale” alla posizione critica verso la sperimentazione animale. Un altro articolo di The Sciences (organo della New York Academy of Sciences) commenta come la notizia dei presunti successi della “cura Folkman” per il cancro (sperimentata solo sui topi) che utilizza l’angiostatina e l’endostatina, abbia acceso molte false speranze: anche se qualsiasi sostanza oggi in uso per la cura del cancro è stata provata per la sua efficacia sui topi, la relazione tra gli effetti benefici dei farmaci sui topi e gli effettivi benefici riscontrati clinicamente sui pazienti è circa dell’10%
DENUNCE - Vivisezione inutile, ma conveniente di Daniela De Vecchis Galileo Magazine, 20 - 27 luglio 2002
Si è chiusa pochi giorni fa la raccolta di firme tra i parlamentari europei per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza alla sperimentazione animale. Ma l'obiettivo non è stato raggiunto. Occorreva, infatti, l'adesione di almeno la metà dei 626 deputati europei perché agli studenti e ai ricercatori di tutti i Paesi dell'Unione fosse riconosciuto il diritto di rifiutarsi di eseguire test sugli animali. Ma appena in 65 hanno firmato, tra cui 38 italiani. Un dato che non stupisce visto che il nostro è stato il primo Paese al mondo a riconoscere questo diritto con una legge, la 413/93. Ma davvero la scienza medica e la salute dell'essere umano non possono fare a meno del sacrificio di milioni di animali? "Il problema etico si fonda su un equivoco: la convinzione che la sperimentazione animale sia utile al progresso scientifico", dice Stefano Cagno, psichiatra presso l'Azienda locale ospedaliera di Vimercate (Milano) e autore di "Gli animali e la ricerca. Viaggio nel mondo della vivisezione" (Editori Riuniti, 2002). "Secondo me, invece, sezionare gli animali da vivi, testare su di loro i farmaci, indurli artificialmente a comportarsi in un certo modo, non ha alcun valore scientifico". Una convinzione che non poggia su argomentazioni zoofile ma sulla "teoria delle 3 S" (specie, sperimentazione, stabulazione). "Ogni specie", spiega il medico che è membro del Comitato scientifico antivivisezionista, "possiede un Dna e dunque una propria anatomia, fisiologia, biochimica. Ragione per cui i dati finali di un esperimento non possono essere trasferiti da una specie all'altra. Non a caso, i test sugli animali non sostituiscono quelli sull'essere umano ma ne sono solo la premessa". Dubbio sarebbe anche il valore scientifico dei risultati così ottenuti. "La sperimentazione", dice Cagno, "obbliga ad alterare artificialmente i meccanismi naturali che generano le malattie: un tumore che insorge in un coniglio dopo che lo si è spennellato ripetutamente di catrame non è l'equivalente di un tumore sorto nell'essere umano in condizioni naturali". Inoltre, la stabulazione, ovvero la vita artificiale nelle gabbie, non sarebbe un buon modello sperimentale: "Inibisce il sistema immunitario, con l'aggravante che mentre gli esseri umani possono darsi una spiegazione razionale e percepire il futuro in termini di prospettive migliori, gli animali vivono solo il presente", conclude lo psichiatra. La vivisezione, dunque, oltre che inutile sarebbe fuorviante. "Nel 1998 è apparsa sul Journal of American Medical Association (Jama) una ricerca che quantificava i farmaci commercializzati negli Usa che avevano provocato gravi reazioni avverse (compresa la morte): il 52 per cento. Nessuno degli effetti collaterali si era verificato negli animali. Lo stesso Viagra (utilizzato contro le disfunzioni erettili) ha portato a 45 decessi su un milione di prescrizioni, il Talidomide (un sedativo) ha fatto nascere 10 mila focomelici, il Cliochinolo (un disinfettante intestinale) ha reso 30 mila giapponesi ciechi e paralizzati. E gli esempi potrebbero continuare". Infine, si tratterebbe di un metodo superato. "Nessuno si sognerebbe di guidare un'automobile degli anni Trenta. Eppure la sperimentazione animale si basa su un principio del 1927, il Dl 50, che prevede di testare la tossicità di un farmaco, accrescendone le dosi fino a uccidere la metà degli animali utilizzati". I metodi sostitutivi non mancano: primo fra tutti l'epidemiologia. "Per decenni", va avanti lo studioso, "sono state fatte fumare sigarette agli animali senza che questi si ammalassero di cancro al polmone. Una correlazione scoperta invece nel 1954 dal ricercatore britannico Richard Doll, misurando nel tempo l'incidenza della malattia su un certo numero di colleghi che fumavano. Allo stesso modo sono stati evidenziati tutti i fattori di rischio delle malattie cardiovascolari". Inoltre, si possono usare le colture cellulari, si può confrontare la sostanza che si vuole sperimentare con le strutture chimiche già in commercio ed è ormai facile ottenere simulazioni al computer di organi e tessuti. Le molecole di molti farmaci poi possono essere testate direttamente sui tessuti umani, dietro il consenso dei pazienti, ma anche sui materiali di scarto delle operazioni chirurgiche e delle biopsie. "La clonazione e l'ingegneria genetica infine", aggiunge Cagno, "ci vengono incontro: si possono clonare, per esempio, determinati recettori e metterli a contatto con un farmaco per vedere se vi si legano in maniera significativa". La maggior parte del denaro pubblico, tuttavia, continua a essere investita negli esperimenti su animali. Cagno punta il dito contro gli scienziati e le industrie farmaceutiche: "Per i ricercatori la vivisezione è un metodo economico che permette numerose pubblicazioni e dunque una rapida carriera universitaria. Per le case farmaceutiche è invece uno strumento malleabile: un punto di forza quando si tratta di sostenere la validità di un nuovo farmaco, un limite oggettivamente insuperabile quando un medicinale si rivela dannoso per la salute e i produttori devono difendersi in tribunale".
Entro il 2012 verranno testate circa trentamila sostanze chimiche
Ricerca europea si scrive con «3R»: reduction, replacement e refinement, ovvero riduzione, sostituzione, raffinamento, i tre diversi approcci per sviluppare metodi alternativi alla sperimentazione sugli animali. Tra gli obiettivi della comunità scientifica c'è infatti quello di ridurre gli esperimenti sugli animali e, laddove non è possibile, lenirne almeno le sofferenze e limitare i danni. Una strada che l'Unione europea ha intrapreso da almeno vent'anni ma che, negli ultimi tempi, ha subito alcuni positivi impulsi. E proprio a Bruxelles, cuore dell'Europa unita, è stato fatto il punto della situazione durante una conferenza organizzata dalla Commissione europea. Un'occasione per valutare gli ultimi progressi della scienza, della legislazione e delle normative vigenti in questo campo, comprese le opportunità offerte dalla genomica e da altri settori della ricerca. «La conferenza è stata ben accolta dal Parlamento europeo e dalla comunità scientifica - afferma Beatrice Lucaroni, uno dei membri del Dg Research della Commissione europea - ed è stata un modo per rafforzare la collaborazione tra ricercatori e istituzioni». Test su animali. I dati, in effetti, parlano da soli. Nei prossimi 10 anni, nell'ambito dell'Ue saranno circa 30mila le sostanze chimiche sottoposte a una valutazione dei rischi. Un'operazione che costerà circa 2,1 miliardi di euro e, soprattutto, che potrebbe riguardare milioni di animali da utilizzare durante i vari test. Valutazioni di carattere etico, ma anche scientifico ed economico, hanno spinto l'Unione europea a intraprendere la strada dei metodi alternativi, nella ricerca biomedica in generale e nella tossicologia. In concreto, nell'ambito dei programmi quadro sulla ricerca sono stati finanziati finora 35 progetti, per un totale di 43 milioni di euro. Altri saranno finanziati in futuro. Le «3R». Le linee guida sono state stabilite da una direttiva del 1986 e sono state riprese nel Libro Bianco sulle «strategie per una politica futura in materia di sostanze chimiche». Le «3R», definite per la prima volta nel 1959 dagli studiosi Russell e Burch, rappresentano tre diversi approcci per sviluppare metodi alternativi alla sperimentazione sugli animali. Riduzione, innanzitutto: vale a dire utilizzo di un numero inferiore di animali per ottenere lo stesso numero di informazioni. Il secondo obiettivo è quello del raffinamento (refinement), cioè la messa a punto di nuovi metodi che permettano di attenuare e minimizzare il dolore, la sofferenza e i danni subiti dalle cavie. Infine, sostituzione (replacement), cioè studio di nuove metodologie di ricerca che non si basano sulla sperimentazione animale. È questo, probabilmente, il filone più interessante della ricerca europea, secondo quelli che sono gli intenti espressi a Bruxelles. Un principio che i ricercatori hanno riassunto con una sorta di slogan: «in vitro versus in vivo». Convalida. Un tassello indispensabile nello sviluppo dei metodi alternativi è costituito dalla loro convalida. Al proposito, un ruolo fondamentale è quello dell'Ecvam (European centre for the validation of alternative methods), che ha sede a Ispra, in provincia di Varese. Una struttura all'avanguardia che ha il compito di valutare in modo indipendente la validità scientifica dei metodi alternativi. Non solo ricerca, dunque, ma anche verifica dei risultati ottenuti. Nel settore dei cosmetici, ad esempio, nel giugno 2000 sono stati convalidati tre metodi alternativi. Un primo, piccolo passo di un cammino che sembra però ancora agli inizi. «In futuro - afferma Beatrice Lucaroni - bisogna sfruttare i risultati ottenuti in passato grazie ai vari programmi quadro». Con alcune priorità: «Finanziare la ricerca di metodi alternativi nel settore della genomica e della proteomica, regolamentare il settore dei prodotti chimici continuando il processo legislativo già in atto e rafforzare la cooperazione».
INCHIESTA SULLA VIVISEZIONE IN ITALIA. di Oscar Grazioli
PRIMA PUNTATA da "Libero" del 29 ottobre 2002 L’Inchiesta: La storia dei cuccioli fermati al Brennero, tra documenti falsi e analisi dubbie
NEI LABORATORI DELL’ORRORE DOVE UCCIDONO LE CAVIE
Viaggio tra gli animali sottoposti a vivisezione: da Amburgo ai 56 cani Beagle di San Paolo d’Enza
Un viaggio – inchiesta sul mondo della vivisezione, per capire quel che succede e sollevare qualche dubbio su un modello di ricerca che la scienza ufficiale ci presenta come l’unico possibile. Ammesso e non concesso che la sperimentazione sugli animali serva a qualcosa per l’uomo e sia eticamente accettabile noi cercheremo di dimostrare attraverso i documenti e le esperienze di chi nei laboratori di vivisezione ha lavorato per anni, che i risultati di queste ricerche "scientifiche salvavita" sono spesso inutili e falsati, o addirittura un pericolo per la nostra salute. Oggi la prima puntata
Chi è il Dr. J. Leuschner e perché parliamo (male) di lui? Velo spiego. Ho qui davanti ai miei occhi un telefax, a sua firma, datato 3 maggio 2002 e indirizzato alla ditta Morini s.a.s. In perfetto inglese Leuschner chiede se la ditta Morini può inviargli un’offerta per 22 cani Beagle maschi di 5-6 mesi d’età e di 5-6 Kg di peso, - Non esitate a contattarci per ulteriori informazioni.- Ho provato a contattare il Leuschner e, per facilitarlo, gli ho inviato una lettera e una e-mail in perfetto tedesco. Nein, niente da fare, nessuna risposta. Riconosco di avergli posto un quesito non facile, ma non si fa così, non è cortese tacere quando si è gentilmente interrogati. Che cosa gli ho chiesto? Chiariamo che i 44 beagle richiesti alla ditta Morini di s. Paolo d’Enza (Reggio Emilia) non andavano a tenere compagnia ai dipendenti della LPT. Servivano per esperimenti, erano cavie da avviare alla vivisezione, un male necessario purtroppo. Si tratta di esperimenti che salveranno la vita forse a voi, forse a me, forse ai nostri bambini. Il cancro l’Aids, l’Allzheimer, il Parkinson. Può sconfiggere queste malattie è necessario sperimentare i farmaci su animali. Una dolorosa scelta che rischia di commuovere fino alle lacrime lo sperimentatore, ma poi, alla fine, trionfa la certezza che da quegli esperimenti dipende la vita dei nostri figli. E, un esperimento, da cui dipende la nostra vita, richiede il massimo rigore scientifico. Siete d’accordo? E allora vediamo come iniziano le sperimentazioni alla LPT. Chiedo venia, non ve l’ho ancora presentata. La sigla LPT sta per Laboratory of Pharmacology and Toxicology e ha sede ad Amburgo. Non affannatevi a cercarla su internet. Non esiste. Non chiamate il 176. L’operatore vi dirà che ad Amburgo non esiste nessuna ditta con quel nome. Se non fossi entrato in possesso di quel fax indirizzato alla ditta Morini avrei avuto soltanto un P.O. Box 920461, Hamburg, ovvero una casella postale. Strano per una ditta alla quale vengono commissionati esperimenti su farmaci, cosmetici, detersivi, dal fior fiore delle griffe nel campo farmacologico e cosmetico. Il vero indirizzo del LPT è il seguente: Redderweg 8, D-21147 Hamburg, il suo numero di telefono è (040) 702020, il suo fax (040) 70202229, la sua e-mail LPT-Hamburg@t-online.de Se riuscite a contattare il Dr. Leuschner o qualche suo collaboratore, chiedetegli per cortesia, di sciogliere questo mistero che da 5 mesi non mi fa dormire. Perché la LPT, in accordo con la ditta Morini, si fa spedire cani con date di nascita palesemente false, con trattamenti e vaccinazioni falsificati? Guardate il libretto che accompagnava uno dei famosi 56 cuccioli sul camion bloccato al Brennero dalla Procura di Bolzano il 29 maggio 2002. A sinistra del logo potete leggere la data di nascita: 26.12.2001. Ora andate in fondo dove c’è scritto peso: 4,2 Kg. Facciamo due conti. Dal 12 dicembre 2001 al 29 maggio 2002 sono 168 giorni, ovvero 24 settimane, circa sei mesi. Può un cane beagle di 6 mesi pesare 4,2 Kg? No, un cane beagle di 6 mesi pesa non meno di 10 Kg. I 56 cuccioli inviati dalla ditta Morini alla LPT non avevano 6 mesi, ma 60 giorni. Erano nati a metà marzo, non a dicembre dell’anno prima. Come faccio ad essere sicuro? Semplice. Sono andato a Bolzano, assieme alla mia collega Loredana Broggi, presso il canile comunale dove i 56 cuccioli erano stati destinati dal Procuratore Baimgarter dopo il sequestro. Ci siamo recati là ad adottare Matilde che adesso scava buche in un giardino anziché giacere nella gabbia di uno stabulario della LPT. Il libretto che vedete fotocopiato seguiva, sul camion, il cucciolo che abbiamo adottato. Il numero sul libretto era lo stesso tatuato nella parte interna del padiglione auricolare. Numero 23302. Eravamo in tre veterinari quel giorno, io, lei e il Dr. Lorenzi dell’Ausl di Bolzano. Quando abbiamo visto i cuccioli di 60 giorni mistificati per cani di 6 mesi ci siamo resi conto che sotto c’è qualcosa di losco. Guardate le vaccinazioni. Portano la data 3 Febb, del 23 febb, del 10 mar 2002. Quando i cani non erano ancora nati. Perché ditta LPT riceve cuccioli di 60 giorni facendoli passare per cani di 6 mesi? Perché le date delle vaccinazioni sono false, come quelle dei trattamenti terapeutici? E’ questo il rigore scientifico con cui di conducono gli esperimenti che ci "salveranno dal cancro"? Non vi viene il dubbio che un cucciolo di 60 giorni costi meno di un cane di 6 mesi? Non vi viene il dubbio che la LPT sperimenti su cuccioli di 60 giorni quello che dovrebbe sperimentare su cani di 6 mesi? Ma un animale di 60 giorni è profondamente diverso da un animale di 6 mesi: il suo fegato, i suoi reni, il suo sistema immunitario non sono ancora maturi. Però costa meno, a comprarlo a gestirlo. Quali saranno i risultati finali della ricerca? Falsi. Il tal farmaco testato su un cane di 60 giorni anziché 6 mesi avrà un comportamento completamente diverso. E’ da questa sperimentazione, da questo rigore scientifico che comincia la lotta al cancro? Le farò avere l’articolo Sig. J. Leuschner, codirettore della LPT di Amburgo. Le invierò anche gli standard di razza del Beagle. Si renderà conto che chiedere 44 Beagle con quelle caratteristiche è sinonimo di ignoranza o malafede. In entrambi i casi una pessima dotazione per il direttore di una ditta che effettua ricerche per salvare la nostra salute.
SECONDA PUNTATA da "Libero" del 30 ottobre 2002
Alimenti di scarto, gabbie al freddo, luce per poche ore al giorno: la “legge del mercato” sulla pelle di chi non può protestare
VIVISEZIONE “AL RISPARMIO”E GLI ANIMALI SOFFRONO DI PIÙ
Per tagliare i costi le aziende che finanziano gli esperimenti sulle cavie fanno vivere le bestie in condizioni allucinanti
L’Ingegnere lavora per una multinazionale che ha un laboratorio interno di sperimentazione Gli animali utilizzati per la sperimentazione sono cani di razza Beagle, porcellini d'India, topi, ratti e conigli. L’azienda è dotata di un sistema di controllo interno di cui fa parte anche l'ingegnere, in quanto responsabile dell'impiantistica. Gli animali vengono tenuti in gabbie all'interno degli stabulari. Ovviamente negli stabulari, come nelle zone più delicate dell'azienda (si pensi alle stanze dove vengono messi in fiala i farmaci che poi il medico ci inietta) 1 esiste tutta una serie di impianti sofisticati, dall'aria condizionata, al riscaldamento, all'umidificazione, all'illuminazione fino ai flussi d'aria laminari in depressione. Oltre a progettazione, modifiche, adeguamenti, manutenzione l'Ingegnere, assieme ad altri tecnici, si occupa anche del sistema di controllo sull'impiantistica. Gli uomini hanno tutti una solida formazione scientifica maturata negli Stati Uniti. Lasciamo la parola all'Ingegnere. Ad un certo momento, per ragioni finanziarie, la ditta decide di aprire il laboratorio di sperimentazione all'esterno. In altri termini lo mette sul mercato, in concorrenza con gli altri, disponibile ad effettuare esperimenti per conto terzi. Naturalmente anche la sperimentazione segue una legge di mercato imprescindibile: quella dei costi e dei ricavi. Improvvisamente -il sistema di controllo dell'azienda non è più economico. Lo si appalta all’esterno, scegliendo una ditta italiana che non conosce minimamente gli impianti, ma ha un pregio. Costa poco. Ricordiamo che in questo caso il prodotto non è un bullone ma la sperimentazione di un farmaco o di una nuova sostanza, magari un nuovo cosmetico o detersivo, potenzialmente in grado di raggiungere il consumo dell'uomo. Stranamente, a fronte di un aumento nel numero delle sperimentazioni, i consumi delle "utilities" cala. Cosa sono le utilities"? si tratta del dipartimento aziendale che produce, distribuisce, contabilizza ed alloca i costi delle risorse energetiche quali energia elettrica, trattamento aria, vapore (per i processi di sterilizzazione), acqua purificata (per dar da bere agli animali), metano ed acqua industriale. Questi elementi vengono considerati primari per definire ottimale il "prodotto sperimentazione", e rappresentano sicuramente un indicatore inconfutabile nel determinare la quantità (o qualità?) degli studi intrapresi. Sorprendemente, dunque, aumentano gli esperimenti e le "utilities" calano. L’Ingegnere si accorge che occorrono meno soldi di prima per riscaldamento, pulizie, condizionamento, illuminazione ecc. "Ottimizzazione dei costi", dice l'azienda. Ottimizza pure, ma se aumenta il numero dei cani e degli esperimenti i costi non possono diminuire. A meno che non si tengano i cani a 15°di temperatura invece che a 21° , oppure a 6 ore di illuminazione anziché a 12, oppure cambi l'alimentazione (cibi più scadenti e più,razionati) e si metta meno impegno nel pulire e disinfettare le gabbie. Naturalmente anche tutto il materiale impiegato per la sperimentazione (dalla siringa al microscopio) subisce una limatura nei costi, ma questa è ottimizzazione sul serio. Si compra materiale meno costoso e più scadente, sempre nei limiti o ai margini, della normativa di legge. E gli animali? Hanno un costo rilevante per il "prodotto". Se ne usano di più, quindi la ditta fornitrice deve abbassare i costi se no perde il contratto. A sua volta è ovvio che abbassare il costo del cane venduto implica, per la ditta che alleva, una gestione più economica. Il tutto si scarica sui cani che avranno alimenti meno costosi e più scadenti, meno cure, meno igiene, meno spese veterinarie e, alla fine, più sofferenze. Tanto il veterinario è aziendale e viene dunque pagato dall'azienda. Se non fa "a modo" ce ne sono cento altri che fanno i camerieri e sono in cerca di lavoro. In effetti in Italia ci sono 13 facoltà di veterinaria, contro le 5 della Germania e le 4 della Francia. Il risultato è che molti docenti universitari trovano il posticino e centinaia di veterinari sono disoccupati o fanno lavori umilianti. Le ditte che allevano animali da laboratorio lo sanno molto bene, così come lo sanno le università o i laboratori dove si effettua la sperimentazione. Al veterinario compete la responsabilità di vegliare sullo stato |