OTTOBRE 2004

 

 

L'UNIONE SARDA

venerdì 29 ottobre 2004

Capoterra. Accordo tra Comune e Ente foreste per Gutturu Mannu e Monte Nieddu

Sbarre sollevate per le compagnie di caccia

Buone notizie, per il popolo dei cacciatori capoterresi. L'amministrazione comunale, anche per quest'anno, ha ottenuto dall'Ente foreste l'autorizzazione ad aprire le vie d'accesso alle aree venatorie di Monte Nieddu e di Gutturu Mannu, uno dei comprensori boschivi più importanti della nostra regione. Su richiesta del sindaco Giorgio Marongiu è stato disposto che la Compagnia barracellare di Capoterra terrà aperta la sbarra di S'Enna Sa Craba, mentre quella di Bidda ?e Mores, sula versante tra Capoterra e Sarroch, sarà aperta dal personale dell'Ente foreste. Gli accessi saranno consentiti dalle 7 del mattino del giorno precedente all'apertura della caccia, fino alle 14 del giorno successivo alla chiusura. E questo per consentire ai cacciatori di potersi muovere più agevolmente, anche con mezzi motorizzati. L'Ente foreste, a questo proposito, raccomanda la massima attenzione, ricordando che le strade interne alla foresta sono percorse dal suo personale di vigilanza. Capoterra è il comune della Sardegna con la maggiore percentuale di cacciatori rispetto alla popolazione. Negli archivi del Comune vi sono più di cinquecento cacciatori regolarmente iscritti, ma si calcola che sul territorio si muovano almeno altri centocinquanta cacciatori irregolari, i quali, però, sono quasi sempre sprovvisti di armi da fuoco, e si limitano ad attuare la vecchia pratica dell'uccellagione.

Indubbiamente, Capoterra è uno dei pochi centri in cui la tradizione venatoria si mantiene viva: infatti, mentre nella maggior parte del territorio nazionale si assiste ad una progressiva riduzione del numero dei cacciatori, a Capoterra si registrano ogni anno quasi trecento rinnovi delle
licenze. Insomma, ancora una volta, come accade ormai da diversi anni, Comune e Regione si accordano all'inizio della stagione venatoria per una
gestione di due ingressi della zona governata dall'ente foreste, le uniche 'porte' che permettono alle compagnie di caccia di raggiungere le aree non sottoposte a vincoli e dove possono esercitare l'attività venatoria i seguaci di Diana. Il problema delle sbarre di S'Enna sa Craba e di Bidda 'e Mores era stato sollevato dai cacciatori capoterresi circa sei anni fa.

Giuseppe Elia Monni

 

L'UNIONE SARDA

mercoledì 27 ottobre 2004

Sartiglia. Avrà la responsabilità della giostra. Mauro Solinas: forse tre presidenti 

Il Comune rientra nel comitato con i Gremi 

È bastato solo il pensiero di un febbraio senza cavalli bardati, con tamburi e trombe in silenzio per mettere tutti d'accordo. E soprattutto per riuscire a far decidere in tempi rapidi la Giunta. Se su tutto (o quasi) si può chiudere un occhio, sulla Sartiglia non si scherza. Lo sanno bene sindaco e assessori che hanno deciso di rientrare nel Comitato Sartiglia. I Gremi, infatti, erano stati chiari e avevano prospettato anche la possibilità di non organizzare la manifestazione se non si fosse trovato un accordo. E così ieri mattina, intorno al tavolo del palazzo Campus Colonna, la proposta è stata accolta da tutta la Giunta: il Comune ricoprirà di nuovo un ruolo all'interno dell'associazione. Un ruolo di super partes, garante dell'ordine interno al gruppo e che avrà ovviamente la sua buona dose di responsabilità. Proprio come vogliono i presidenti dei due Gremi che da tempo spingevano per questa soluzione e che a luglio erano addirittura arrivati a dare le dimissioni dal Comitato. Forse il classico gesto eclatante che sarebbe dovuto servire (ed è servito) per smuovere i politici verso questa scelta. La giostra, si sa, non vuol dire solo tradizione, festa e divertimento: si porta dietro una grande quantità di spese, oneri e responsabilità che «non possono ricadere solo sui Gremi - recitava una loro nota scritta quest'estate - La presidenza deve essere assunta da un esponente politico». Necessario, dunque, ridefinire i ruoli e i compiti, anche alla luce dei numerosi problemi sorti in passato tra i componenti del Comitato. Messaggio ricevuto da parte del Comune: partono una serie di incontri tra sindaco, assessori e presidenti dei Gremi nel tentativo di seguire la strada comune che deve salvaguardare e tutelare la Sartiglia. Si tratta, si discute e alla fine la Giunta matura la decisione di rientrare nel Comitato. E la presidenza a chi spetterà? «Potrebbe essere una corretta soluzione fare una presidenza a tre - suggerisce il vicesindaco Mauro Solinas - I due presidenti e il sindaco. I Gremi sono due elementi imprescindibili, senza loro non potrebbe esserci la giostra. Poi trovo giusto che anche l'amministrazione abbia un suo rappresentante nel Comitato». Per ora su questa proposta si è pronunciata la Giunta, prossimo passaggio la commissione e infine il consiglio. Ai 40 consiglieri spetta l'ultima parola e l'imperativo è quello di accelerare i tempi visto che febbraio non è molto lontano. Per un aspetto che si definisce, un altro che riguarda sempre la Sartiglia sembra arenato: che fine ha fatto la Fondazione? Lo statuto era pronto e quasi approvato dalla commissione. Poi? Nessuna spiegazione ufficiale, dietro le solite beghe politiche. Valeria Pinna

 

L'UNIONE SARDA

mercoledì 27 ottobre 2004

Olbia. Il racconto di Priamo Casu che porta lo spettacolo nelle piazze e nelle scuole 

Il circo sardo, lo show continua da cent'anni 

Un tendone di quattordici metri, duecento posti a sedere. Tre protagonisti, due uomini e una donna, con i loro numeri acrobatici e l'ausilio di due barboncini ballerini, un pitone, una puzzola e un pony. Quanto basta per definirlo un circo, o meglio, l'Antico piccolo circo sardo. Una mini carovana itinerante, a conduzione familiare. Il leader è Priamo Casu, originario di Berchidda, olbiese d'adozione, poi sua moglie Paola, di origini circensi, la piccola Shamira di sei anni e il cugino Giorgio. Naturalmente, Piero Casu, padre di Priamo, l'inventore del circo in Sardegna, ottantottenne e sempre pronto ad esibirsi durante gli spettacoli, specie in compagnia di Paolino, il pony che sa far di conto. Ieri mattina, la combriccola circense ha fatto capolino nella scuola materna "Il Girasole", nel quartiere San Simplicio. Uno spettacolo dedicato ai più piccini, ma, a dire la verità, anche ai genitori non è certo dispiaciuto essere lì ad osservare sorpresi i giochi dei tre personaggi e dei loro amici a quattro zampe. Una tradizione, quella della famiglia Casu, purtroppo la sola rimasta viva in Sardegna. La causa? «La Regione sarda, - spiega Priamo Casu, - in tutti questi anni non è mai riuscita ad approvare una legge che sostenesse la nostra attività. A dire il vero, solo una volta siamo riusciti ad ottenere dieci milioni di vecchie lire di finanziamento. Se contiamo, però, che se ne spendono circa due milioni al giorno, forse sembra un po' poco». Ma non importa, per la famiglia Casu lo spettacolo deve andare avanti, la buona volontà non manca. «La nostra tradizione ha circa un centinaio di anni, - continua Priamo. Purtroppo in Sardegna hanno tutti gettato la spugna, perché non è certo facile continuare, specialmente di questi tempi. Noi riusciamo a resistere, forse perché la nostra attività è a conduzione familiare, con poche spese». Niente cartelloni, manifesti, volantini. Per il piccolo circo sardo basta un piccolo giro per la città in auto, un megafono ed il gioco è fatto. Appuntamento nelle piazze, spesso in periferia, o - com'è successo ieri nelle scuole - e via allo show. «Mia moglie Paola fa la mangiafuoco, - continua Casu, - io e mio cugino, nonostante il peso, ci occupiamo dei numeri acrobatici. E poi c'è mia figlia Shamira che riesce a far ruotare dodici hula hop alla volta». Ma nel circo sardo sono pochi che possono permettersi il lusso di stare soltanto a guardare. «Nei nostri spettacoli il pubblico diventa protagonista», aggiunge Priamo: «Cerchiamo di coinvolgere soprattutto i bambini, li vestiamo da clown e insegniamo loro qualche numero. Un po' un modo per far capire che cosa sia veramente il circo, il divertimento sano». Come dimenticare poi gli animali, veri protagonisti, amati soprattutto dai più piccoli. Come i due cani ballerini, apparsi più volte il Tv, vestiti per l'occasione da Michael Jackson e Madonna. Perché, per la famiglia Casu, il circo senza animali è quasi inutile. «Purtroppo, - aggiunge Paola, - la nostra attività è continuamente sotto attacco da parte degli animalisti. Ma è bene che non si generalizzi. I nostri cani, il pony, il serpente e la puzzola non hanno mai subito nessun tipo di maltrattamento. Sono come noi, lavorano come noi. Non c'è bisogno di picchiarli per insegnare loro i numeri sui quali esibirsi». Un sorriso è quello che conta, insomma. L'unico motivo per continuare lo show. Marco Mezzano

 

L'UNIONE SARDA

mercoledì 27 ottobre 2004

Molentargius

Il piano dell'assessore regionale all'Ambiente per la gestione del Parco

«Cancellate tutto, si riparte da zero»

Dessì al Comune e alla Provincia: «Statuto entro l'anno»

Con una decisione che ha colto di sorpresa Provincia e Comuni, la Regione ha spezzato ieri il silenzio che avvolgeva le vicende del parco di Molentargius. E a poco più di due mesi dalla fine dei lavori di risanamento
dello stagno e delle saline da parte del Consorzio Ramsar, l'idea è di ripartire da zero con una proposta di convenzione e una bozza di statuto consorziale: la base di partenza della nuova organizzazione che dovrà governare la zona umida. Con un invito-ultimatum: «Spero che tutto sia pronto entro l'anno». Per presentare il progetto, l'assessore regionale all'ambiente Tonino Dessì ha convocato ieri pomeriggio presso la sede dell'assessorato in via Roma il presidente della Provincia Sandro Balletto e i sindaci dei comuni di Cagliari, Quartucciu e Selargius. Assente il comune di Quartu, in piena bagarre dopo le dimissioni presentate dal sindaco Davide Galantuomo. Un vertice a porte chiuse cui hanno preso parte anche l'assessore provinciale all'ambiente Gianluca Grosso e l'assessore comunale all'urbanistica Giovanni Maria Campus. «E' quanto mai urgente - ha spiegato l'assessore Dessì - che vengano accelerati i tempi per la costituzione del consorzio di gestione del Molentargius , per questo confido nella collaborazione di tutti affinché entro la fine dell'anno si possa finalmente dare l'avvio ad un parco tanto atteso dai cittadini dell'area urbana di Cagliari e dell'intera Sardegna". La Convenzione e lo statuto proposti dalla Regione prevedono che, al fine della formazione del consorzio, i Comuni di Cagliari e Quartu detengano ciascuno il quarantacinque per cento delle quote mentre il restante dieci per cento sarà suddiviso tra la provincia di Cagliari e i due comuni di Selargius e Quartucciu. L'assemblea del Consorzio dovrà essere costituita dal Presidente della Provincia e dai sindaci dei quattro Comuni che nomineranno in seguito il presidente, il consiglio direttivo e il direttore del parco. Una proposta di partenza che manifesta l'impegno della Regione per dare una sterzata decisiva alla questione Molentargius, oggi quanto mai necessaria anche in vista della consegna dei lavori del Consorzio Ramsar. «Il sistema idraulico dal quale dipende la vita dell'ecosistema e la produzione del sale - ha aggiunto Dessì - ci verrà consegnato perfettamente funzionante. I lavori coinvolgeranno anche l'arenile del Poetto con la sistemazione e la messa in opera di un'idrovora sotterranea e l'eliminazione totale della vecchia struttura di superficie che attualmente fronteggia l'ex ospedale Marino». La proposta della Regione ha visto la piena disponibilità da parte dei sindaci. Alla fine dell'incontro il sindaco di Cagliari Emilio Floris ha ribadito la piena disponibilità a collaborare. «Ma in ogni caso - ha puntualizzato - ho pregato l'assessore Dessì di non prendere oggi nessuna decisione vista l'assenza importante del sindaco di Quartu che è parte integrante di questo progetto. La proposta della regione è una proposta di buon senso che richiama articoli di legge che dovranno essere ben valutati. E' giusto ribadire che ogni componente deve fare i conti con il territorio del proprio comune. E parte essenziale è anche la salvaguardia di quelle mille persone che vivono all'interno dell'area umida». Si profila all'orizzonte un futuro meno opaco per questo parco che ancora non c'è. Il presidente della provincia Sandro Balletto ha sottolineato: «Quel che sarà di questo parco lo dovremo decidere tutti insieme: Provincia, Regione e Comuni interessati. Ma mi sento di rivolgere un ringraziamento sincero all'assessore Dessì che si è dato subito da fare per risolvere la delicata questione. La Provincia dal canto suo non chiede quote ma il ruolo di coordinamento che le spetta per legge». Selargius e Quartucciu sono coinvolte in misura minore nel progetto ma anche loro sono chiamate a dare un importante contributo. « La Regione ha presentato una proposta innegabilmente interessante - ha spiegato Gilberto Pisu sindaco di Quartucciu - anche perché tiene in considerazione i Comuni interessati in misura minore alla questione Molentargius». Opinione condivisa dal primo cittadino di Selargius Mario Sau: «Trovo l'iniziativa estremamente importante. Le proposte presentate ci sembrano molto interessanti. Non bisogna comunque dimenticare che il Parco è un insieme che sta nell'area metropolitana e quindi bisogna tenere conto di vari fattori».

Insomma non manca l'impegno da parte di tutti, Provincia, Regione e Comuni, per salvaguardare un tale patrimonio com'è il Molentargius. La speranza è che si passi presto dalle parole ai fatti per mettere fine a tutti gli episodi che hanno ferito al cuore il parco. E che alla fine dell'anno all'appello lanciato da Dessì non ci sono soltanto silenzi, come accade da qualche tempo a questa parte.

Giorgia Daga

 

L'UNIONE SARDA

martedì 26 ottobre 2004

Guasila

Domenica il Palio dei vicinati

Si correrà domenica 31 ottobre il Palio dei vicinati. Lo assicura l'associazione ippica guasilese che da anni organizza l'evento. La gara molto attesa non si è corsa domenica scorsa poiché ci sono ancora da sistemare gli ultimi preparativi. Ma per domenica sarà tutto pronto. Il Comune è infatti già intervenuto per ampliare le gradinate del galoppatoio. Appuntamento alle 15: si sfidano sette vicinati del paese, ognuno con i propri cavallo e fantino. In palio ci sono 4 mila euro. (sev.sir.)

 

L'UNIONE SARDA

martedì 26 ottobre 2004

Il cacciatore di Uras rischia da 2 a 10 anni

Da due a 10 anni, questa la pena che rischia Giuseppe Onidi accusato di porto illegale di arma clandestina ed esercizio di caccia senza aver conseguito la licenza di porto di fucile per uso di caccia. Dopo l'arresto di domenica mattina da parte del Corpo Forestale, il quarantacinquenne di Uras è a disposizione dell'autorità giudiziaria. Gli agenti stanno svolgendo ulteriori controlli anche sugli altri componenti del gruppo di cacciatori di cui faceva parte Onidi.

 

L'UNIONE SARDA

martedì 26 ottobre 2004

Provincia di Oristano

Arrestato dalla Forestale a Morgongiori

A caccia senza licenza e con un fucile manomesso 

Ha cercato di nascondere il fucile dietro un cespuglio durante una battuta di caccia, ma gli agenti del Corpo Forestale lo hanno immediatamente arrestato. Giuseppe Onidi, 45 anni, di Uras dovrà rispondere davanti all'autorità giudiziaria di porto illegale di arma clandestina e di esercizio di caccia senza aver conseguito la licenza di porto di fucile per uso di caccia. L'arresto è stato effettuato dal personale della stazione forestale di Ales. Domenica mattina ad Argiola Ramini, una località nelle campagne di Morgongiori, gli agenti stavano effettuando un'attività di antibracconaggio in collaborazione con la sede di Marrubiu. Intorno alle 9.30 una pattuglia ha notato la presenza di due persone che imbracciavano un fucile. Entrambe sarebbero state notate in piena attività di caccia. Poco più in là un'altra persona con alcuni cani al seguito stava incitando i due alla ricerca di selvaggina. Dopo circa mezz'ora il silenzio nelle campagne circostanti è stato rotto da un urlo. Una persona dalla direzione opposta presumibilmente avvertiva a gran voce i tre della presenza dei forestali. Uno dei cacciatori avrebbe immediatamente nascosto un fagotto sotto il gilet, per poi infilarsi all'interno di un cespuglio. A quel punto gli agenti del Corpo Forestale hanno deciso d'intervenire. Dopo alcuni istanti uno dei cacciatori è stato trovato intento a nascondere un fagotto realizzato con una camera d'aria di un'automobile. Dentro quello strano contenitore è stato ritrovato un fucile da caccia a canna sovrapposta, calibro dodici, perfettamente lubrificato e funzionante con la matricola che è risultata abrasa. A quel punto sono scattati ulteriori controlli. Da una verifica effettuata dagli agenti presso la Questura di Oristano, Giuseppe Onidi è risultato sprovvisto di porto d'armi. Per questo è stato accompagnato nel carcere di Oristano a disposizione del magistrato. L'arrestato, in quanto privo di porto d'armi, con precedenti penali specifici anche per ricettazione di arma clandestina, rischia una pena che varia tra i 2 e i 10 anni di reclusione. Continua dunque nel Monte Arci l'attività di antibracconaggio del Corpo Forestale, che sta svolgendo ulteriori accertamenti anche nei confronti degli altri cacciatori.

 

L'UNIONE SARDA

martedì 26 ottobre 2004

Arrestato dalla Forestale a Morgongiori

A caccia senza licenza e con un fucile manomesso

Ha cercato di nascondere il fucile dietro un cespuglio durante una battuta di caccia, ma gli agenti del Corpo Forestale lo hanno immediatamente arrestato. Giuseppe Onidi, 45 anni, di Uras dovrà rispondere davanti all'autorità giudiziaria di porto illegale di arma clandestina e di esercizio di caccia senza aver conseguito la licenza di porto di fucile per uso di caccia. L'arresto è stato effettuato dal personale della stazione forestale di Ales. Domenica mattina ad Argiola Ramini, una località nelle campagne di Morgongiori, gli agenti stavano effettuando un'attività di antibracconaggio in collaborazione con la sede di Marrubiu. Intorno alle 9.30 una pattuglia ha notato la presenza di due persone che imbracciavano un fucile. Entrambe sarebbero state notate in piena attività di caccia. Poco più in là un'altra persona con alcuni cani al seguito stava incitando i due alla ricerca di selvaggina. Dopo circa mezz'ora il silenzio nelle campagne circostanti è stato rotto da un urlo. Una persona dalla direzione opposta presumibilmente avvertiva a gran voce i tre della presenza dei forestali.

Uno dei cacciatori avrebbe immediatamente nascosto un fagotto sotto il gilet, per poi infilarsi all'interno di un cespuglio. A quel punto gli agenti del Corpo Forestale hanno deciso d'intervenire. Dopo alcuni istanti uno dei cacciatori è stato trovato intento a nascondere un fagotto realizzato con una camera d'aria di un'automobile. Dentro quello strano contenitore è stato ritrovato un fucile da caccia a canna sovrapposta, calibro dodici, perfettamente lubrificato e funzionante con la matricola che è risultata abrasa. A quel punto sono scattati ulteriori controlli. Da una verifica effettuata dagli agenti presso la Questura di Oristano, Giuseppe Onidi è risultato sprovvisto di porto d'armi. Per questo è stato accompagnato nel carcere di Oristano a disposizione del magistrato.

L'arrestato, in quanto privo di porto d'armi, con precedenti penali specifici anche per ricettazione di arma clandestina, rischia una pena che varia tra i 2 e i 10 anni di reclusione. Continua dunque nel Monte Arci l'attività di antibracconaggio del Corpo Forestale, che sta svolgendo ulteriori accertamenti anche nei confronti degli altri cacciatori.

 

L'UNIONE SARDA

lunedì 25 ottobre 2004

Provincia di Cagliari 

Nel bosco si spara ad altezza d'uomo 

In Sardegna la caccia al cinghiale aprirà a novembre. Un appuntamento attesissimo, soprattutto nei paesi dell'interno. La battuta a su sirboniè senza dubbio la forma di caccia più antica e che più appassiona i sardi, ma richiede una grande conoscenza dei luoghi (bosco e macchie molto fitte) e prudenza nell'uso del fucile. Si spara ad altezza d'uomo su un bersaglio che spesso è soltanto un'ombra intravista fra i cespugli. Ecco perché le regole da seguire sono ferree: ogni cacciatore deve stare al suo posto e sparare nella direzione indicata dal capocaccia. Regole che naturalmente non vengono rispettate dai cacciatori di frodo, come è successo ieri a Gonnosfanadiga.

 

L'UNIONE SARDA

lunedì 25 ottobre 2004

Bosa

Faceva il macellaio ad Oristano

Corallaro muore durante la pesca

È annegato nel mare di Marrargiu Giovanni Piero Lai, 55 anni, di Oristano, commerciante di carni e pescatore di corallo. L'uomo è rimasto probabilmente vittima di un'embolia che lo ha colpito mentre risaliva da un fondale di cento metri. È accaduto in una domenica estiva, col mare calmo ed il cielo azzurro come non capitava da tempo. Giovanni Piero Lai era giunto a Marrargiu da Oristano con la sua imbarcazione adattata per la raccolta del corallo. Era accompagnato dalla moglie Milena Desogus. Compiute le procedure preparatorie, poco dopo mezzogiorno l'uomo si è immerso per raggiungere una profondità di un centinaio di metri dove intendeva iniziare la raccolta.

Qualcosa però è andata male: mentre l'uomo era immerso, la barca ha iniziato ad avere problemi e nelle profondità delle acque di Marrargiu si è compiuta la tragedia. Forse un problema all'erogatore o un'embolia in risalita o chissà cos'altro: il malore che ha colpito il pescatore, lo ha ucciso e la moglie, in un comprensibile stato di panico, non ha potuto fare altro che dare l'allarme. Sul posto sono intervenute le motovedette della capitaneria di porto di Alghero con il gommone partito da Bosa e quella dei carabinieri.

Un'azione rapida, svolta con grande professionalità che ha portato i soccorritori a raggiungere l'imbarcazione di Lai in pochi minuti. Vani però
gli sforzi di salvarlo: per Giovanni Piero Lai non c'era più nulla da fare ed ai soccorritori non è rimasto altro da fare che riportare il suo corpo a terra. I poveri resti di Giovanni Piero Lai sono stati poi trasferiti a Oristano dove sono ora a disposizione della Procura della Repubblica. Per accertare le cause della morte verrà compiuta l'autopsia. I carabinieri
tentano di ricostruire gli ultimi momenti di vita del corallaro basandosi sul racconto dell'unica testimone presente, la moglie che si trovava in barca con lui e ha vissuto momenti terribili constatando la morte del marito. Giovanni Piero Lai è l'ultimo sub a perdere la vita nelle acque antistanti Capo Marrargiu, uno splendido angolo di natura meta di centinaia di appassionati della pesca e di lavoratori del mare che nei suoi fondali cercano il prezioso corallo per cui va giustamente famoso questo tratto di
costa. L'estate scorsa, nella stessa area, un altro pescatore subacqueo impegnato nella raccolta di corallo aveva subito un incidente lamentando il
giorno successivo in ospedale i sintomi di un'embolia. Era stato trasportato in elicottero in un centro specializzato di Cagliari. Splendido mare ma ricco di pericoli se lo si affronta senza considerarli a pieno. Giovanni Piero Lai era in possesso di regolare permesso di raccolta e faceva da tempo questa professione. Cosa sia accaduto saranno le indagini e gli esami medici sul suo corpo a stabilirlo. La moglie, comprensibilmente provata, è stata sentita dai carabinieri della stazione di Bosa. A loro ha raccontato quanto è accaduto ieri. Una discesa come tante altre con l'attrezzatura usata in decine di occasioni da un pescatore esperto e conoscitore del mare e dei suoi rischi. Ma ieri la morte era in agguato, celata in una splendida giornata di sole. Nelle stesse acque sono morti giovani pescatori subacquei traditi dal fascino dell'apnea. Ed anche quest'anno, in un autunno dal clima estivo, il mare ha fatto la sua vittima. La stagione era andata bene, senza incidenti di rilievo che invece in passato avevano rattristato il periodo delle vacanze. Merito anche del potenziamento dei mezzi di soccorso che vedono la presenza di un'imbarcazione della capitaneria di porto e di un gommone attrezzato ad ambulanza dei volontari della Croce rossa, oltre alla motovedetta dei carabinieri che compie giornalmente il servizio di controllo e prevenzione. Antonio Naitana

L'UNIONE SARDA

lunedì 25 ottobre 2004

Gonnosfanadiga

Ricoverato, lo studente è stato sottoposto a intervento chirurgico

Spara al cinghiale, ferisce un ragazzo

Incidente durante una battuta, cacciatore denunciato

Incidente di caccia ieri mattina nelle campagne di Gonnosfanadiga. Un giovane studente è stato ferito da una fucilata. Ora è ricoverato nell'ospedale Marino di Cagliari con una prognosi di quaranta giorni, dopo essere stato sottoposto ad intervento chirurgico. Il suo feritore è stato denunciato a piede libero dai carabinieri per lesioni gravi e segnalato alla Prefettura di Cagliari per attività venatoria non consentita e per porto di munizioni non previsto. È accaduto, verso le 7,45 di ieri, nella zona di Sibiri, in località "Acqua de intraxiu", versante Gonnosfanadiga. Giovanni Sotgiu, 71 anni, pensionato di Gonnosfanadiga, era sicuro di aver colpito un cinghiale, invece la fucilata esplosa dal suo semiautomatico ha colpito A.L., 15 anni, studente di Gonnosfanadiga, ferendolo alla mano sinistra e al braccio destro. Sul grave fatto di sangue permangono numerosi aspetti da chiarire, ora oggetto delle indagini, avviate dai carabinieri della stazione
locale e del nucleo operativo della compagnia di Villacidro. Ci sono ancora da verificare le dichiarazioni, rese da altri cacciatori, che hanno prestato soccorso al giovane studente. Avrebbero sostenuto di non aver partecipato alla battuta di caccia di frodo. Una versione che non ha convinto a pieno gli inquirenti che sull'intera vicenda nelle prossime ore gireranno un rapporto alla magistratura. In ogni caso, secondo una prima ricostruzione dei fatti, sia il pensionato sia lo studente sembra facessero parte di una squadra di amici che aveva deciso di improvvisare una battuta al cinghiale (battuta decisamente abusiva se si considera che la caccia al cinghiale è chiusa e non sarà riaperta almeno sino al prossimo mese di novembre). In ogni caso gli amici sono arrivati nella zona di Sibiriu, in località Acqua de Intraxiu, conosciuta dai cacciatori per la presenza di numerosi branchi di cinghiali, di buon mattino. Alle prime luci i cacciatori si sono sistemati nelle poste assegnate e i più giovani del gruppo hanno cominciato la battuta. Il ragazzo aveva il compito di fare il battitore. Giovanni Sotgiu, molto probabilmente era appostato in attesa del passaggio del cinghiale. Ha intravisto qualcosa muoversi dietro un cespuglio. Convinto che si trattasse di un cinghiale ha imbracciato il fucile e senza pensarci due volte ha preso la mira: dalla sua arma caricata a pallettoni ha fatto partire un colpo che ha raggiunto il bersaglio. Inizialmente il pensionato non si è accorto di aver colpito il giovane battitore. Quando ha sentito le grida di dolore dello studente, ha capito di aver sparato contro un componente della squadra. È corso immediatamente verso il punto in cui aveva diretto il colpo e ha trovato il giovane a terra sanguinante. Non si è perso d'animo e ha soccorso il ragazzo. Poco più tardi sono intervenuti anche gli altri cacciatori, richiamati dalle grida del giovane e del pensionato che chiedeva aiuto. Lo studente è stato adagiato su un'auto e accompagnato all'ospedale di San Gavino. I medici del pronto soccorso, dopo le prime cure e alcune medicazioni, hanno predisposto il trasferimento del ragazzo all'ospedale Marino di Cagliari (sembra che avesse un pallettone conficcato nell'osso del braccio destro), dove nella stessa mattina di ieri è stato sottoposto ad intervento chirurgico. Le condizioni del giovane studente non sono gravi, i medici lo hanno giudicato guaribile in quaranta giorni di cure. Ora i carabinieri stanno cercando di ricostruire l'esatta dinamica della tragica battuta di caccia. Come detto ci sono infatti ancora dei particolari ancora tutti da chiarire. Devono essere ancora sentiti alcuni cacciatori, che si trovavano nella zona al momento del ferimento. 

Gian Paolo Pusceddu

 

L'UNIONE SARDA

sabato 23 ottobre 2004

Provincia, dimezzati anche i cacciatori

La provincia dimezzata dall'istituzione dei nuovi enti territoriali lo sarà, e pesantemente, anche per i cacciatori, che perderanno quasi la metà dei territori utilizzabili per l'attività venatoria a favore di Ogliastra, Cagliari e Oristano. E così l'amministrazione provinciale nuorese, che alcuni mesi fa aveva approvato tempestivamente il piano faunistico venatorio, ora si trova costretta a ridimensionarlo pesantemente per adeguarlo alla nuova realtà amministrativa della Sardegna. La decisione del ridimensionamento è stata presa dopo una riunione congiunta fra l'assessore all'ambiente Rocco Celentano e i colleghi di Cagliari, Sassari e Oristano.

Le conseguenze dell'istituzione dei nuovi ambiti, che sono la prima e più evidente applicazione della recente normativa in materia, saranno ora sottoposti al giudizio dei cacciatori nuoresi.

Le cifre del nuovo piano faunistico venatorio sono piuttosto eloquenti. La nuova provincia avrà un territorio ridotto a 398972 ettari contro i 704398
attuali e, di conseguenza, la popolazione scenderà dai 257 mila abitanti attuali ad appena 165 mila, quanto una media città italiana. Tutto ciò significherà che gli ettari a disposizione dei cacciatori scenderanno dagli attuali 12103 a 7613, le oasi di protezione faunistica saranno solamente quattro, contro le dieci attuali e le zone autogestite passeranno da sessantatre a quarantatre. Così è stato deciso che gli ambiti territoriali di caccia saranno quattro: Baronia, Nuorese, Mandrolisai e Marghine. Quanto basta, secondo la Provincia, a garantire una soddisfacente attività
venatoria nel rispetto dell'ambiente.

La predisposizione del nuovo piano faunistico venatorio è l'occasione per
fare il punto sulle ulteriori e importanti competenze della Provincia in materia di caccia e di protezione dell'ambiente, molte delle quali dovranno
essere delegate dalla Regione. Fra le più importanti la gestione e la formazione professionale delle guardie volontarie organizzate dalle associazioni venatorie, agricole e ambientaliste. Ma la gestione del piano faunistico comporterà anche la creazione di nuove figure professionali che
la Provincia intende creare in stretto collegamento con l'Università di Nuoro. Ci saranno inoltre interventi di tutela della fauna, i primi dei quali saranno la reintroduzione del cervo sardo, dell'avvoltoio gipeto e dell'aquila reale mentre sarà messo a punto un progetto per la tutela del pipistrello sardo.

Alla Regione viene chiesta la delega sui finanziamenti per il funzionamento dei comitati per la caccia, sull'attività della commissione per l'abilitazione all'esercizio della caccia, sulle oasi di protezione e cattura, sulle aziende agro-turistico-venatorie (ciascuna delle quali non può avere una superficie superiore ai milleduecento ettari), sulla realizzazione di centri faunistici attrezzati all'interno di aree protette, sulla gestione delle zone destinate all'addestramento dei cani e sul rilascio dell'attestato di idoneità alle guardie venatorie volontarie. Tutti compiti per i quali la Provincia intende attrezzarsi al meglio.

 

L'UNIONE SARDA

venerdì 22 ottobre 2004

L'allarme è stato lanciato ieri dai rappresentanti del Gal Montiferru-Barigadu-Sinis

«A rischio l'allevamento dei bovini da carne»

«L'allevamento dei bovini da carne rischia di scomparire dalle campagne dell'Oristanese ed è necessario intraprendere subito un'azione forte di rilancio per la sua salvaguardia, facendo leva sulla sua tipicità». Il grido d'allarme è stato lanciato ieri a Torino, in occasione della Fiera del gusto di Slow Food, dove è presente una delegazione di allevatori dei territori che rientrano nel Gal Montiferru, Barigadu e Sinis. L'amministratore del Gal Serafino Mura ha reso noti i risultati di una ricerca nelle realtà rurali della provincia. «Gli allevatori stanno dismettendo le proprie attività», ha spiegato Mura, «e in macelleria se ne ha la riprova: ormai oltre la metà della carne bovina che acquistano i consumatori oristanesi proviene dalla penisola». I dati dell'ultimo quinquennio elaborati dal Servizio statistiche della Camera di commercio di Oristano confermano: nel 1999 in provincia di Oristano erano stati censiti 64.027 capi bovini. L'anno successivo il via al declino: 63.936 capi, scesi a 62.838 nel 2001, a 62.001 nel 2002 e nel 2003 addirittura a 58.563, dato confermato quest'anno.

«A Scano Montiferro», riprende Serafino Mura, «il mattatoio col marchio Cee, inaugurato di recente, ha già dovuto bloccare l'attività: non c'è lavoro. Al mio paese, Paulilatino, sono diversi gli allevatori che hanno chiuso la stalla e abbandonato i terreni. E come loro tanti altri nelle campagne del Montiferru, del Barigadu e del Sinis. Dieci anni fa alla Fiera del bestiame di Abbasanta una vacca con vitello veniva venduta per due milioni di vecchie lire; oggi per il solo vitello l'allevatore riesce a portare a casa in euro l'equivalente delle vecchie 600 mila lire». Gli allevatori oristanesi hanno dunque chiesto la salvaguardia della specificità dell'allevamento tradizionale. Tutelare l'allevamento bovino da carne in Sardegna significa salvaguardare anche le zone interne e infatti il Gruppo di azione locale Montiferru-Barigadu-Sinis si è mosso in questa logica, incentivando le nuove imprese. «Il Gal intende agire su alcuni prodotti rappresentativi del territorio», ha spiegato Tore Polo, presidente del Gal, «abbiamo commissionato un'indagine all'Università di Sassari per capire proprio su quali prodotti fare leva».

«È stato proprio l'allevamento dei bovini di razza Sardo Modicana, tipica del Montiferru», ha concluso Battista Ghisu, presidente del Gal, «a lanciare il marchio del Bue Rosso. Ora si aggiunge il Consorzio Mèlina che ha un progetto di valorizzazione della razza Bruno Sarda».

 

L'UNIONE SARDA

mercoledì 20 ottobre 2004

Carbonia (CA) 

Emergenza randagi in centro 

Fanno strage di pecore, rincorrono scooter e motorini, presidiano il centro e la periferia. Sono le decine di cani randagi che vagano per la città. È una vera emergenza. Ormai sono diverse decine gli animali che vagabondano senza padrone in cerca di cibo. I cittadini si lamentano del fatto che nessuno passi a catturare le povere bestie e sotto accusa finiscono i volontari che gestiscono il canile intercomunale de Sa Terredda. Perché non prendono i cani? Perché la struttura scoppia. Progettato per ospitare 300 randagi ora ne accoglie 420. «Siamo al collasso - denuncia Patrizia Sitzia, presidentessa della sezione della Lega Nazionale di difesa del Cane - non sappiamo più come accogliere altri “ospiti”». Ormai non c’è più spazio. «Già da tempo pensavamo di ampliare. Avevamo pure richiesto la concessione edilizia al Comune», dice la presidentessa. Ad impedire l’avvio dei lavori è stato uno sgradevole contrattempo. I permessi per costruire sono scaduti e senza non si può fare niente. «Ma ci stiamo dando da fare per rinnovarla e cominciare a costruire nuovi recinti e box».

Quanto ci vorrà ancora per avere un centro idoneo a sopportare il gran numero di animali abbandonati nei territori dei nove comuni che aderiscono al canile intercomunale? È difficile dirlo. C’è invece una certezza. Fino a quando la gente continuerà a pensare che i cani siano giocattoli da prendere da cuccioli e abbandonare da adulti, l’emergenza sarà continua. Di questo passo, infatti, ci saranno sempre nuovi animali da catturare e la struttura si dovrà ampliare in eterno. E questo è praticamente impossibile. Anche perché mantenere Fido e Bobby costa un sacco di soldi. Ogni randagio costa ai contribuenti più di due euro al giorno. Solo Carbonia per esempio sembra che si accolli l’onere di nutrire e curare un numero non inferiore alle 150 bestiole. Ciò significherebbe una spesa di circa 300 euro al giorno. Una somma imponente. E allora come fare per risolvere il problema? Evitare l’abbandono è l’unico sistema. Oppure percorrere una strada già scelta da tanti Comuni: istituire la figura del cane di quartiere.

Marco Venturi

 

L'UNIONE SARDA

martedì 12 ottobre 204

Olzai (Nuoro) 

Pregiudicati di Siniscola e Posada in carcere 

Allevatori arrestati con due cavalli rubati 

Avevavano curato tutto nei minimi particolari: furto, documenti veramente falsi, autocarro per il trasporto dei cavalli purosangue. Non credevano certo di trovare sulla loro strada i carabinieri. E per due pregiudicati baroniesi la trasferta in Barbagia si è conclusa con l’arresto e l’accusa di ricettazione. Francesco Cidu, 37 anni di Siniscola e Salvatore Fenu, 44 anni di Posada sono finiti in carcere al termine di un’operazione antiabigeato coordinata dalle Compagnie dell’Arma di Tonara e Ottana.

L’episodio risale alla notte tra sabato e domenica. I carabinieri dopo aver raccolto una serie di indizi relativi a un furto commesso nelle campagne di Ovodda organizzano una serie di posti di blocco. A pochi chilometri da Olzai i militari fermano un autocarro. A bordo ci sono due uomini: Francesco Cidu e Salvatore Fenu. Viaggiano su un camion predisposto per il trasporto di bestiame, ma ai militari raccontano di essere diretti a Sorgono. «Dobbiamo comprare l’uva per fare il vino», dicono. I carabinieri notano l’autocarro non sembra proprio un mezzo adatto per quel genere di trasporto e poi nel cassone c’è della paglia. Si insospettiscono e seguono i due baroniesi. Che si fermano a Teti per prendere un caffè. Poi continuano verso il Mandrolisai, ma a Sorgono proprio non ci arrivano. Si fermano prima: a Ovodda. Non sanno però che i loro movimenti sono controllati con molta discrezione dai militari. Caricano i due cavalli sull’autocarro e ripartono verso Olzai. A questo punto scatta la trappola tesa dai carabinieri. Francesco Cidu e Salvatore Fenu vengono fermati nuovamente al posto di blocco. «Abbiamo avuto un contrattempo e non siamo riuscita ad andare a Sorgono, stava piovendo», farfugliano a capo chino i due pregiudicati baroniesi. Nel box non c’è traccia di uva. Ci sono invece due cavalli purosangue. «E questi?», domandano i militari. Salvatore Fenu non si scompone: «Sono i miei». E presenta anche due certificati di proprietà scritti in inglese. Ma i documenti si riferiscono ad altri due animali che l’allevatore di Posada custodisce nella sua azienda. I cavalli che trasporta sull’autocarro risultano invece rubati a Ovodda nell’azienda di Robertino Littarru. L’allevatore però non aveva ancora denunciato l’episodio ai carabinieri. Forse non si era ancora accorto che mancavano i due cavalli. Secondo i militari l’esecutore materiale del furto è G. C., 38 anni di Ovodda. L’uomo è stato denunciato, mentre i due pregiudicati baroniesi sono finiti in carcere. I carabinieri hanno inoltre chiesto l’intervento di un veterinario per controllare se i due cavalli avessero o meno il microchip sottocutaneo che consente di accertare a quale allevamento appartegono gli animali.

L’operazione dell’altro ieri rientra nell’attività di controllo e prevenzione che le forze stanno portando avanti per fronteggiare l’abigeato, un fenomeno che nella provincia di Nuoro continua a persistere. Non si rubano soltanto ovini, bovini e suini. Nel 2004 sono stati segnalati ai carabineri del Nucleo Operativo di Nuoro ben cinque furti di cavalli selezionati. Secondo gli inquirenti si tratta di furti su commissione. Per questa ragione sono stati intensificati i controlli e l’operazione portata a termine dai carabinieri delle Compagnie di Tonara e Ottana testimonia che l’azione degli abigeatari non conosce soste. Sempre nel 2004 sono stati uccisi due cavalli, ma il movente non è stato ancora accertato.

 

L'UNIONE SARDA

sabato 09 ottobre 2004 

Cagliari

Nel parco di Monte Urpinu

Come educare i giovani a rispettare gli animali

Dei 350 mila metri quadri che costituiscono l’estensione totale di Monte Urpinu, negli anni Ottanta 200 mila sono stati convertiti in bosco misto. Era passato un secolo da quando il proprietario, il barone Sanjust di Teulada nel 1870 ne aveva iniziato il rimboschimento con pini di Aleppo, di un’area di cui era già proibito il taglio della legna e il colle era riservato al pascolo, specialmente degli animali da macello. Il Comune, che ne era diventato proprietario, ha da allora innalzato le foltissime siepi di melania, ed ha introdotto, sempre più numerosi, i lecci, gli olmi, gli oleandri, i carrubi. E quelle non meno folte di pittosporo e di ginestra odorosa, mimose, eucalipti, pini domestici e delle Canarie, che recingono un aspetto ancora più nuovo del colle; i laghetti, ornati di tamerici, lavande, melograni.

Ce ne sono anche disabitati, non meno belli, ma i più affascinanti, che attraggono anche più numerosi visitatori, sono quelli popolati soprattutto di anatre e oche domestiche canadesi, ma anche di germani perfino, di domestici galli e galline. Ed, infine, pure di quei piccioni che popolano beccheggiando la nostra città e non ignorano questo luogo privilegiato.

Si levano le loro voci, lo schiamazzare delle oche, i chicchirichì dei galli. E anche di più riesce affascinante la familiarità di questi uccelli con i visitatori. Lasciano le acque, che sono il loro habitat consueto, appena li avvistano da lontano e vanno loro incontro, lungo le coste del lago. Riescono familiari quei cittadini che quotidianamente arrivano con buste piene di cibi prelibati e intorno a loro si fa fitta la folla degli uccelli più diversi, che si contendono, ma solo con la loro abilità, quanto piove dall’alto sulle loro teste.

Ma amiamo, tutti, gli animali? Quanto accade a Monte Urpinu dovrebbe assicurare alla domanda una risposta positiva, se proprio nel colle, così frequentato sia nei giorni festivi sia in quelli ordinari, non fosse accaduto che proprio qualche giorno fa due di quegli uccelli, che si sono citati come un’affascinante bellezza del luogo, non fossero stati trucidati a bastonate da due ragazzi. Torniamo sull’episodio, proprio perché è attualissima una ricerca, che ha dato un risultato scientifico negativo. Tra i tredici e i quattordici anni, un ragazzo su sei fa del male a cani e a gatti, ha risposto lo studio del Cnr, e ha fatto lontanissima la memoria di quando il gatto ronfava sotto il tavolo delle case, intorno a cui le famiglie usavano riunirsi. Concludendo: «I bambini e gli adolescenti crudeli verso le bestie hanno una maggiore probabilità, una su tre, di manifestare in età adulta comportamenti ripetutamente feroci e pericolosi».

Un problema educativo specifico, dunque, che va raccolto. Non solo dalle famiglie, ma anche e, in particolare, dalla scuola. Magari, organizzando visite a Monte Urpinu e accompagnandole dalle giuste osservazioni, che suggerisce quel quotidiano spettacolo di animali amati dagli uomini. Oppure, leggendo in classe il carducciano: T’amo, o pio bove, e mite un sentimento / di vigore e di pace al cor m’infondi....Se proprio non lo si avverte antiquato.

Antonio Romagnino

 

L'UNIONE SARDA

sabato 09 ottobre 2004 

Gesturi (Cagliari)

Le hanno asportato il filetto 

Cavalla gravida uccisa sulla Giara con un colpo di pistola alla testa 

Una cavalla di sette anni con un puledro di quattro mesi nel ventre barbaramente freddata con un colpo di pistola alla testa. È successo martedì notte sulla Giara di Gesturi. «Andrò nei prossimi giorni in Regione e incontrerò il presidente Soru», annuncia il presidente della Comunità montana Raffaele Sanna: «Ci dicano se hanno reali intenzioni di concederci fondi per la gestione dei cavallini o sono pronto ad affidarne la cura a qualche società della penisola». Sanna non riesce proprio ad accettare l’ennesimo atto di barbarie contro uno dei cuaddeddus che pascolano indifesi sull’altopiano. Settecentocinquanta sono di proprietà dell’ente montano. 

Martedì sera, in località Sa Perda Setzia, la mano di uno scellerato, a distanza ravvicinata, colpisce l’animale con una pistola di piccolo calibro. Un colpo secco sulla fronte, il proiettile esce dal collo. Una lenta agonia e poi la morte. La macabra scoperta solo nel primo pomeriggio di mercoledì da parte di alcuni soci della cooperativa Sa Jara Manna, che si occupa di tutela e valorizzazione della Giara. Sul posto arrivano subito gli operatori de le Sugherete che gestiscono i cavallini della comunità montana, giovedì ì carabinieri e i veterinari della Asl di Sanluri. Durante l’autopsia la spiacevole scoperta. Nel ventre della cavalla un feto di quattro mesi. Una nuova intimidazione verso gli amministratori? L’ipotesi parrebbe improbabile. Chi ha ucciso l’animale gli ha asportato il filetto destro, una delle parti più morbide. Forse solo un bracconiere, che disturbato da qualcosa o qualcuno ha dovuto interrompere l’improvvisato macello. Sicuramente niente a che vedere con la strage del 28 settembre 2003, quando ben 24 cavallini caddero sotto i colpi di fucile e pistola calibro 9 in un recinto, in località Perd’e Ollastru. Certo, anche l’ennesimo atto di gratuita violenza, forse solo per reperire un po’ di carne fresca, ha riproposto il problema della sicurezza dell’altopiano e di una più razionale gestione di questo patrimonio unico al mondo. 

«Il parco della Giara aiuterebbe nel controllo», considera il vicesindaco di Gesturi Gianluca Sedda: «Stiamo lavorando dopo lo stop imposto dal commissariamento di Genoni, lunedì ci sarà un nuovo incontro». Più duro il presidente Sanna: «Abbiamo fatto tanti sforzi nell’acquisire tutti i cavallini, ma da soli non abbiamo le risorse finanziarie per proseguire. Il parco non basta: occorrono finanziamenti per un controllo 24 ore su 24 dei cavallini e dell’altopiano. Se la Regione non ce li concederà, mi rivolgerò a qualche ente esterno della penisola, pubblico o privato». 

Certo anche quella cavalla freddata deve essere un nuovo monito per tutti. Sindaci e Regione. È ora di dire basta alle attese mentre la Giara rimane abbandonata e i cavallini continuano a morire.

Antonio Pintori

 

L'UNIONE SARDA

venerdì 08 ottobre 2004

Siniscola

Si estende la polemica su risarcimento e fermo biologico

La rivolta dei pescatori: anche il delfino diventa nemico

Come sta accadendo ad Alghero e nel Sulcis, anche nella marineria di La Caletta, stanno venendo a galla i malumori da parte dei piccoli pescatori che si lamentano della pesante crisi che stanno affrontando. «Anche qui da noi - dice Francesco Loi, proprietario di una delle poche barche al di sotto delle dieci tonnellate che sono ancora rimaste - la nostra categoria sta rischiando di morire». I motivi sono sempre gli stessi: il fermo biologico imposto annualmente in periodi assurdi, il caro-gasolio e la mancanza di una legge quadro che finalmente regoli la pesca. A ciò poi si aggiunge anche il problema legato ai delfini che negli ultimi tempi sono diventati nemici da combattere da parte dei piccoli pescatori: «Assalgono e ci distruggono le reti - afferma Loi - perchè non hanno più di cui cibarsi da quando dai nostri mari è completamente sparito il pesce azzurro».

Proprio il fenomeno dei delfini secondo gli stessi operatori di La Caletta è il campanello di allarme sullo stato di salute della fauna marina. «Ormai è chiaro - denuncia Loi, a nome di tutti i componenti della sua categoria - che si sta andando verso un graduale e sempre maggiore impoverimento delle risorse ittiche e i primi a risentirne siamo noi che usiamo le reti fisse».

Un danno che si aggiunge ad un altro danno insomma, e per il quale non esiste nessun tipo di aiuto: «Chiediamo - dice ancora il portavoce dei piccoli pescatori - che ci vengano riconosciuti i risarcimenti sulle perdite economiche causate dai delfini che tra l'altro danneggiano anche le attrezzature di pesca».

Tra le richieste rivolte alla Regione c'è anche quella di istituire i distretti di pesca affinché le misure adottate di volta in volta siano tarate sulle effettive necessità del territorio. Questo, per far fronte soprattutto al problema del ripopolamento di quelle specie marine (in particolar modo i crostacei) che, negli ultimi anni, sono diventate rare a causa dello sfruttamento eccessivo e spesso abusivo delle risorse.

Secondo i piccoli operatori del mare di La Caletta, manca un adeguato servizio di controllo e allo stesso tempo una legge che tuteli la pesca artigianale e lo strascico sottocosta. Da qui la richiesta di una politica più oculata alle esigenze del settore allo scopo di rilanciare la piccola pesca: «Proponiamo - sostiene Loi - che ci venga prolungato almeno il periodo di pesca all'aragosta, ritornando al vecchio calendario praticato fino a trent'anni fa, quando si iniziava dal primo maggio e si chiudeva a fine dicembre». Ora, invece, il crostaceo si può pescare dal primo marzo sino al 31 agosto.

Fabrizio Ungredda

 

L'UNIONE SARDA

Lettere e Opinioni

giovedì 07 ottobre 2004

Riflettiamo, a casa e a scuola 

Se il passatempo è uccidere le anatre 

Cagliari

Ho letto con sgomento e senso di nausea l’articolo relativo al massacro di due anatre da parte di due sedicenni cagliaritani.

Non so se definirmi animalista o meno, soprattutto sulla base delle spiegazioni lette su questa stessa pagina qualche giorno fa, in merito all’etimologia del termine e alla cultura animalista in genere; so di sicuro che rispetto e amo molto gli animali, uomo compreso.

Ciò che mi domando, senza trovare una spiegazione, è: perché due adolescenti che avrebbero potuto investire il proprio tempo in tante attività (studio, sport o quant’altro li renda soddisfatti), hanno trovato utile e costruttivo uccidere a colpi di bastone due anatre. Forse pensavano di vantarsi con i compagni di scuola il giorno dopo, forse pensavano di aver dimostrato coraggio scagliandosi contro due creature così indifese. Forse la noia che spesso accompagna le generazioni di questo millennio, ha prevaricato il buon senso. A questi “forse”, non posso dar certezza, ma spero vivamente che episodi come questo, diventino motivo di discussione nelle scuole, nelle famiglie, nei luoghi di aggregazione frequentati da bambini e ragazzi. Perché anche soltanto parlandone, affrontando il discorso e condannando tali comportamenti, potremo avere la speranza che, in futuro, per questi gesti non ci sia più spazio.

Silvia Nocco

 

L'UNIONE SARDA

mercoledì 06 ottobre 2004

Sulcis Iglesiente 

Bacu Abis 

Bambina aggredita da un cane randagio 

Sono soltanto tre ma sono grossi, randagi e adesso fanno veramente paura. L’apprensione deriva dal fatto che uno di loro ha aggredito una bambina della frazione lacerandole i pantaloni. Il padre, su tutte le furie, si è rivolto alla Circoscrizione chiedendo un intervento urgente delle autorità competenti. È così che a Bacu Abis è scattata, da qualche giorno, la psicosi dei cani abbandonati. Precisazione doverosa: nessuno intende far loro del male perché un randagio è prima di tutto una vittima delle circostanze che l’hanno condotto in tali condizioni. Tuttavia, l’Azienda sanitaria negli ultimi dieci giorni ha compiuto già due sopralluoghi per scovare e catturare i tre animali che da un mese vivono in strada e, soprattutto, manifestano atteggiamenti aggressivi. Può anche essere che il cane che ha aggredito la bambina non volesse morderla. Ciò non toglie che i jeans strappati costituiscano per la famiglia della piccola e per tutta la comunità un campanello d’allarme da non sottovalutare. «In fondo non ci sarebbe nulla di così preoccupante - spiega il consigliere di circoscrizione Ferruccio Fantin - se si trattasse di cani di piccola taglia, ma sembrano piuttosto incroci fra alani e pastori tedeschi. Se non hanno padrone non possono circolare liberamente e senza museruola».

 

 

 

 

Archivio dei mesi scorsi