|
Mamma e il pollo |
|
Non mi sembrava il caso di farci su questo dramma. La professoressa ieri era indignata, si capiva da come le fischiavano le esse. E mamma, proprio poco fa per strada, mentre mi riaccompagnava a scuola per incontrare il dottore, a un certo punto si è messa a piangere. Tutto perché ho scritto la verità in uno stupido tema. «Il valore della vita: fate un esempio e motivatelo». E non vedo cosa ci sia di male in quello che ho affermato. Lo penso e lo ripenso anche se ho davanti questo dottore, lo psicologo, il quale mi parla come se fossi stupido e piega la testa da un lato, e sono già due volte che mi offre delle caramelle con l'aria appiccicosa pure se ho risposto no grazie. Inoltre è da quando siamo arrivati che ci gira intorno. Al mio esempio, voglio dire. Ha premesso: «Qui mi dicono tutti, dal preside ai tuoi professori, che sei un ragazzo molto maturo e dotato» e poi ha proseguito con una fila di domande tipo: «Ti piace la tua casa? Vai d'accordo con i tuoi fratelli? Passi molto tempo con la mamma? E con papà?» e altre ancora più alla lontana, come: «Sei stato contento di cambiare scuola quest'anno? Venire in prima media ti preoccupava? I compagni di classe: ti trovi bene con loro?». E poi di nuovo, un minuto fa, con la testa inclinata: «Le caramelle sono lì, se le vuoi». Mamma se ne sta seduta accanto a me e stropiccia il biglietto dell'autobus, e ogni tanto lancia un'occhiata alla professoressa che giù nell'angolo finge di correggere il compito di storia di stamattina. Incomincio a innervosirmi. Preferirei di gran lunga che me lo dicessero nudo e crudo, che non riescono a darsi pace per il mio esempio. Che poi è così semplice, e nello svolgimento l'ho motivato anche bene. La professoressa aveva premesso che il tema era difficile: «Ora che siete alle medie, dovete abituarvi a esprimere concetti articolati ma con chiarezza.» Più chiaro di così. Ho scritto: «La vita di mia madre non vale di più della vita di un pollo.» Forse, a ripensarci, visto che mamma è sensibile avrei dovuto scrivere «la vita di mio padre», oppure «di mio nonno»: lui non è permaloso. Non ho messo di proposito «la mia vita non vale più di quella di un pollo» perché mi sembrava un inizio lagnoso, ma il senso naturalmente è lo stesso. «Insomma, se ho capito bene vai abbastanza d'accordo con tutti, sia a casa che a scuola,» conclude il dottore con un sorriso. «Mm,» annuisco, e anche se so bene che non è educato butto uno sguardo all'orologio. «Ma sì,» interviene mamma «mio marito lavora molto - è sindacalista - e la sera a volte rientra tardi, però la nostra è una famiglia affiatata, tranquilla.» Il dottore sorride anche a lei ma le fa cenno di lasciarmi parlare. «Dai tuoi racconti deduco insomma che le persone in genere ti piacciono,» mi fa. «Bè, sì, certo. Chi più chi meno, ovvio» dico io. «Oh,» fa lui «quindi a volte le persone non ti piacciono!» «A volte no. Ma spesso sì.» «E gli animali, invece? Quelli ti piacciono?» Aha, ci siamo. «Sì, certo» dico. Fa una pausa, inclina la testa e riparte: «Più delle persone? Voglio dire, gli animali ti piacciono più di... noi, la gente?» Fisso le caramelle nel sacchetto aperto sul banco, in realtà perché non so tanto cosa rispondergli, ma poi mi sbrigo a spostare gli occhi per paura che mi chieda di nuovo se ne voglio una. «In che senso?» domando alla fine. Non se l'aspettava, perciò per prendere tempo fa segno a mamma se vuole una caramella. Lei non si azzarda più a parlare e fa di no con la testa e si appoggia senza pensarci una mano sulla pancia. Le è venuto in mente il numero delle calorie: anche se mamma è abbastanza magra, fa questo calcolo ogni volta che deve mangiare qualcosa. «Nel senso di quello che hai scritto nel tuo tema,» riparte il dottore con un tono gentile. «Sai, quello dell'altro giorno. Ricordi cosa hai scritto? Facevi un buffo paragone, accostavi addirittura tua madre a qualcosa... ti viene in mente? Forse... un pollo?» Mamma ha un brivido e sbircia in direzione della professoressa, che si è alzata e sta venendo a sedersi vicino a noi. «Certo che ricordo, l'ho scritto io! Ma non era un paragone fra mamma e il pollo. Dicevo che la vita di mamma e quella del pollo valgono allo stesso modo.» «E ti sembra una cosa ragionevole?» fischia la professoressa, ma il dottore le dà un'occhiata che significa «un'altra parola e la sbatto fuori» e lei ammutolisce. «Sì. Molto ragionevole,» dico io. Mamma si copre la bocca e fa una specie di gemito. Il dottore sospira. Si capisce che vorrebbe togliersele dai piedi ma non può, e incomincia a essermi un po' simpatico. Fra l'altro adesso tiene la testa dritta, e mi domanda: «I tuoi sentimenti verso un pollo sono uguali a quelli che provi per tua madre?» Se tutta questa faccenda non fosse così scema mi verrebbe da ridere. «Come?» «Intendo. Vuoi bene al pollo quanto ne vuoi a tua madre? O magari di più?» «Ma quale pollo? Era un esempio. Certo che voglio più bene a mamma che non a un pollo che nemmeno conosco. L'ho scritto anche nello svolgimento. Però la chioccia vorrà più bene al pollo che non a me, è normale!» «Già,» fa lui. «Da questo tu concludi che la vita di tua madre e quella del pollo hanno lo stesso valore.» «Roba da chiodi!» Mugugna la professoressa. Il dottore si volta di scatto verso di lei, che è costretta a mormorare: «Scusi.» «Non solo da questo. Dicevo che in senso assoluto abbiamo tutti diritto di vivere, allo stesso modo. Noi, il pollo, i gatti, i tonni, i maiali, gli ippopotami. E spesso le persone non lo capiscono. Oppure lo capiscono, ma pensano che non valga la pena di regolarsi di conseguenza. Che non sia importante. Ecco, forse è qui che le persone mi piacciono di meno.» «Tu non mangi carne, vero? L'hai anche scritto nel tuo tema.» E guarda mamma. «No, e nemmeno pesce,» risponde lei per me. «Da quando aveva tre anni. Capitò che cuocevo delle polpette preconfezionate ed era rimasta la scatola vuota sul tavolo, e sopra c'era disegnato un vitellino.'Perché quassù c'è il vitellino?' chiese e mio marito che passava disse: 'Perché le polpette si fanno con la carne del vitellino.' 'Ma allora il vitellino dovrebbe avere dei buchi,' osservò lui. E mio marito rispose: 'Ma no, il vitellino viene mangiato tutto quanto!'» Mamma adesso è più calma, perché questo fatto lei lo comprende solo fino a un certo punto, e questo lo so perché altrimenti non si sarebbe fatta convincere dalla sua amica Laura a farsi quelle piccole iniezioni sulla bocca. Sì, quelle che le hanno gonfiato un po' - non tanto - il labbro di sopra. E' una cosa che sembra non entrarci niente invece in un certo senso c'entra, comunque lei, senza capire bene, da un certo momento in poi su quello che mangio mi ha sempre appoggiato. «Lo sa, dottore,» dice «lui non fece commenti. Solo una domanda: 'Si fa così anche con gli altri animali disegnati sulle scatole?'. E da quel momento è diventato vegetariano. A tre anni!» «E voi gliel'avete permesso?» fa il dottore. «Rifiutava di mangiare la carne e il pesce, non c'era verso. Eravamo preoccupati, poi il pediatra ci ha spiegato che se gli davamo le uova e il formaggio e i legumi andava bene lo stesso.» «Voi invece non avete cambiato le vostre abitudini alimentari?» «No, soprattutto mio marito. A lui questa faccenda è dispiaciuta per un pezzo. Lo trova... contro natura.» «E lei?» «Io...» qui mamma è un po' in imbarazzo «Bè, ho visto che cresceva sano, perciò alla fine non ci trovo niente di male.» «Ma tu non pensi» fa il dottore questa volta rivolto a me «che l'uomo sia molto più intelligente, molto più evoluto degli animali? Anzi, degli altri animali dovremmo dire forse.» «Sì. Sotto molti aspetti.» «E non credi che per nutrirsi e preservarsi e vivere bene sia naturale utilizzare gli animali?» «No. Oggi no.» «Oggi no.» Ci pensa su. «Nel compito hai scritto che col tempo tutto cambia e si comprendono cose nuove. E che nei paesi civili certe cose un tempo erano normali e oggi non lo sono più. Come la schiavitù, le punizioni corporali, i matrimoni imposti e via dicendo. Giusto?» Faccio di sì con la testa. «Hai scritto anche che un tempo l'uomo cercava di imporsi su una natura dura, non esisteva sviluppo scientifico, ed era più spiegabile che uccidesse e mangiasse gli animali. Mentre oggi, specialmente con il sistema degli allevamenti intensivi, è solo un'azione brutta e dannosa. Così l'hai definita, no?» «Mm.» «E questo è un tuo punto di vista. Che alcuni condividono, altri no. Allora io domando: a te, danno fastidio le persone che non la pensano allo stesso modo? Nel senso, ce l'hai con loro? Con tua madre, tuo padre, i tuoi fratelli?» Adesso mi sento un po' sconfortato. Ecco di cosa hanno paura, che io sia aggressivo. Fanatico, mi ha chiamato una volta mio fratello, perché faceva lo spiritoso su come in certi posti scuoiano gli animali ancora vivi e lui si era comprato un giubbotto di pelle per la moto e io per non ascoltarlo mi sono chiuso a chiave in camera. Non è sempre così, mio fratello. Sono solo dispetti, forse si sentiva in colpa, anche se io non dico mai niente a nessuno di loro, se non me lo chiedono. «No, non ce l'ho con gli altri,» rispondo «mi dispiace per loro.» «E perché?» «Perché non capiscono una cosa così evidente.» «Quale?» «Questa che abbiamo appena detto.» «Me la ripeti?» Mi sforzo di essere paziente e riassumo: «Uccidere gli animali per mangiarli è assurdo. Non ce n'è bisogno, li si fa soffrire in un modo schifoso, la carne industriale porta malattie ed è cibo per il nord ricco del pianeta, ma si produce usando grano e cereali che sfamerebbero bene il terzo mondo. E soprattutto è un'azione orribile a cui la gente è abituata. Anche chi pensa che non sia giusto dice: `Sì, ma la carne mi piace,' oppure `degli animali non mi importa niente'. Mentre non è questo il punto.» «E qual è?» «Bè, io ho la mia teoria.» «Me la spieghi?» «Alle elementari la maestra ci ha insegnato che prima che il sole si oscuri ci vorrà un miliardo di anni. L'umanità ne ha quattromila. Perciò è ancora giovane.» «Giusto. Continua.» «E' vero che negli ultimi due secoli c'è stato un progresso tecnico e scientifico enorme, ma il pensiero non è andato così avanti. Non in proporzione. Come se io, a undici anni, pensassi di essere grande. Se l'uomo è ancora ragazzo, fino a questo momento ha misurato la propria forza, schiacciando tutto e dimostrandosi di poter usare la natura, invece di finirne vittima. Ora che l'ha fatto e si è rassicurato però deve entrare in una nuova fase.» «Quale?» Adesso la professoressa non è più acida. Viene di nuovo verso di noi e mi guarda con stupore. «Questo non l'hai scritto, nel tema.» «Bè,» dico io «quella di godersi quel che c'è, di cercare e proteggere la bellezza. Di stabilire un nuovo equilibrio con il pianeta e gli altri esseri viventi. Più si diventa adulti, più si è saggi e si apprezzano le cose, non funziona così? Abitiamo tutti sulla terra e abbiamo tutti diritto di rimanerci, e quando moriamo continuiamo a farne parte perché ci trasformiamo in qualcos'altro: potassio, aria, qualche vermetto che poi viene mangiato dai topi o dagli uccelli che poi si perdono da qualche altra parte. In definitiva, siamo tutti la stessa cosa, perciò il problema non può essere quello di riempirsi la pancia e schiacciare e arraffare tutto quanto si può, perché così schiacciamo noi stessi, la nostra capacità di stare al mondo e di vederne il significato.» Sono zitti tutti e tre, questa volta li ho proprio stesi e mi congratulo con me stesso. Sono piuttosto ringalluzzito ma è il dottore, ora che non me l'aspetto, a buttarmi giù tornando di colpo su di me. «E' una teoria affascinante. Dico sul serio. Ma gli altri la capiscono? Riesci a condividerla con qualcuno?» E' come se mi avesse tolto ogni energia. Sono bastate queste quattro parole, che all'improvviso mi sento stanchissimo. «Non tanto,» ammetto. «Qualche volta, forse,» aggiungo vago. «Ma non ce l'ho con nessuno, giuro. E' solo che mi... dispiace tanto.» E non a questo punto non è perché ho paura che mi giudichi male, ma forse un po' per non offendere mamma, e poi perché è inutile, ma insomma non ho proprio voglia di raccontare che certe volte stare a tavola e guardare la mia famiglia che si ingozza di cadaveri mi fa male. Che è un dolore che le persone a cui voglio più bene non sappiano dar peso al fatto che una fetta di prosciutto è parte del corpo di un animale molto intelligente, che spesso passa diciotto mesi nel terrore e nella sofferenza immobilizzato con le cinghie affinché non sviluppi i muscoli. E loro non fanno che ingoiare la sua adrenalina, l'orrore che fa parte della sua condizione. Non ho voglia di parlargli dei pranzi dai nonni, che non sanno rinunciare alla carne o al pesce nemmeno per un pasto. E nemmeno dei matrimoni, delle comunioni, dei banchetti con mille portate inutili che non vanno più a nessuno. Di mio padre che si danna per i lavoratori perché gli assomigliano, ma che non è capace di interessarsi a nessuna vita diversa. Di mia madre che è così carina ma ha paura di invecchiare come se questo fosse un male. Di mia sorella e di mio fratello che comprano e consumano e sono sempre più nervosi. Non ho voglia di parlare di come io non mi senta migliore, ma solo e imbranato, perché non sono capace di far niente per salvarli. Non ho più voglia di parlare di niente e mi accorgo che il dottore sta per farmi un'altra domanda, ma mamma lo interrompe. «Dottore,» dice decisa. «Professoressa. Oggi pomeriggio ho acconsentito a venire qui a scuola con mio figlio perché mi è stato detto che le sue affermazioni in quel tema potevano essere preoccupanti. Sintomi di un disagio. E anche io, dico la verità, ero rimasta scossa da quella faccenda del pollo. Ma ascoltandolo ho capito che mio figlio sta benissimo, meglio di tutti noi. Sono orgogliosa della sua intelligenza, e ora ce ne torniamo a casa.» Non ho mai visto mamma così fiera, e mentre l'aspetto sulla porta sento il dottore che le dice: «... Svelto davvero, molto acuto... stategli dietro... se occorresse qualcosa, non so, un dubbio, chiamatemi pure...» Per strada mamma mi dà un bacio sulla testa e mi prende per mano. «Sei stato grande,» esclama «e mi hai convinto. Lo sai, mi hai fatto riflettere su cose a cui non avevo mai pensato. Non veramente, intendo. Rincorriamo desideri stupidi, ma sì, anche non belli, e perdiamo di vista i fatti importanti. E' vero: che bisogno c'è di inghiottire, possedere? C'è tanto altro!» Mamma ride e sembra una ragazzina. «Non vedo l'ora di parlarne con papà. Dai, corri che sotto casa ci prendiamo un gelato. Ecco, io credo che si possa rinunciare a tante cose inutili. A mangiare la carne, a comprarsi le scarpe e le borse di pelle e i prodotti che inquinano troppo e le creme... quelle sperimentate sugli animali... ma ci sono anche aziende che non lo fanno, non molte e ce lo scrivono sopra. Una volta le ho viste, sai, le fotografie dei laboratori con i conigli infilati in quelle... oh, non posso pensarci. Ma nemmeno il dado di carne allora si può usare, vero? Perché per stasera avevo preparato il risotto... la prossima volta lo faccio col brodo vegetale, ecco, sì. Ma dovremo parlarne, con papà, con i tuoi fratelli. Loro capiranno, ne sono sicura. Forse non subito, che dici? Ci vorrà un po' di tempo. Anche io non so se riuscirò tutto insieme a...» Le sue parole mi arrivano a tratti, perché sono piuttosto colpito da quanto è allegra e eccitata e carina. Chissà quanto durerà, mi viene da pensare, ma poi mi pento e penso che non devo sciupare questo momento, perché quello che ora illumina mamma è un'idea, e quest'idea è anche un po' me, ma allo stesso tempo può appartenere a tutti, perciò mamma e io e tutto il resto siamo la stessa magnifica cosa. Pollo incluso.
|