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FILOSOFIA E DIRITTI ANIMALI |
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Per una concezione globale dei rapporti tra gli umani e tra gli umani e gli animali
di Valerio Pocar
Nell'attuale periodo storico, caratterizzato dalla presenza di guerre, di atti terroristici e di catastrofi ambientali e dalla minaccia di un futuro ancora più drammatico, stiamo assistendo agli albori di una nuova consapevolezza, quella che ho definito "la percezione di un destino comune degli esseri umani e degli animali" (Pagani, 2000). Anche in passato alcuni letterati, pensatori e appartenenti a movimenti sociali e politici avevano espresso in vari modi l'idea di una identificazione degli esseri umani con gli animali. Si ha l'impressione però che ora questa consapevolezza, una volta limitata appunto ad alcuni gruppi di individui, si stia insinuando, seppure con estrema lentezza e a livelli diversi, in strati più vasti della popolazione nel nostro pianeta. Scrive G. Ciuffreda (2001) a proposito dell'animalismo inglese: La cosa interessante è che a battersi per i diritti degli animali sono stati i movimenti operai e socialisti, femministi e ambientalisti. Che avevano compreso come umani e non umani stiano bene o male solamente insieme. (corsivo mio) La frase in corsivo sintetizza con molta chiarezza il concetto di "destino comune". Questo concetto implica, tra le altre cose, l'idea che essenzialmente una stessa ideologia sia alla base, ad esempio, dello sfruttamento dei lavoratori, della violenza alle donne, dell'abuso dei bambini, della distruzione dell'ambiente, del maltrattamento degli animali. Si tratta di un'ideologia fondata sull'esercizio del potere, nel contesto di una società gerarchica, costituita appunto da individui che occupano ranghi diversi a seconda del potere che possiedono. In questo tipo di società il modello di vita dominante è di tipo competitivo, per cui il prossimo è considerato nella maggior parte dei casi un rivale, un concorrente, un nemico, da temere, da combattere, qualche volta da eliminare. Nella nostra società infatti il potere e la violenza vengono generalmente esercitati nei confronti dei più deboli, degli individui che occupano i ranghi più bassi della scala sociale. Una struttura gerarchica e un modello di vita competitivo caratterizzano ormai la quasi totalità delle società esistenti. Ai ranghi più bassi della scala sociale appartengono, ad esempio, i poveri, i malati, le donne, i bambini e gli animali. Tra l'altro, proprio sulla base di questo quadro teorico di riferimento, per la homepage del sito web (http://wwwistc.ip.rm.cnr.it), che ho realizzato con Francesco Robustelli e Dario Salmaso e che illustra il nostro progetto di ricerca e formazione sull'educazione contro la violenza, abbiamo scelto l'immagine di una bambina cecena in un campo profughi che dorme accanto al suo gattino. Ci sembrava che questa immagine condensasse l'idea della violenza nei riguardi di vittime inermi, che nel rapporto affettivo che le unisce e le sostiene si contrappongono a un mondo distruttivo, sopra il quale esse si elevano. Dagli inizi della sua storia il dibattito sui diritti degli animali è stato spesso ossessivamente contraddistinto da disquisizioni filosofiche astratte e intellettualistiche ("gli animali hanno un'anima?", "gli animali hanno la ragione?", "gli animali hanno il concetto di morte?"). All'astrattezza di questo dibattito si contrappone la famosa argomentazione di Bentham (1781) sugli animali: "Il problema non è se sono in grado di ragionare o se sono in grado di parlare, ma se sono in grado di soffrire". A questa fondamentale argomentazione possiamo aggiungerne un'altra. La violenza esercitata nei riguardi degli animali non è soltanto riprovevole per la sofferenza inflitta agli animali (tra l'altro, ci sono alcuni animali che hanno un sistema nervoso molto primitivo e che hanno quindi una ridotta capacità di sofferenza o nessuna capacità di sofferenza) ma anche perché è l'espressione e la giustificazione di un sistema di valori basato sull'esercizio del potere su chi è più debole da parte di chi è più forte. Se avalliamo la violenza agli animali, avalliamo questo sistema di valori e quindi avalliamo e incoraggiamo tutte le altre forme di violenza fondate sulla sopraffazione e sul disprezzo dell'altro. E' utile anche ricordare che da vari anni la ricerca psicologica ha dimostrato che nei bambini e negli adolescenti la violenza perpetrata nei confronti degli animali è spesso associata a disturbi psicologici ed in particolare ad atteggiamenti e comportamenti aggressivi nei confronti delle persone. Inoltre può preludere a, e in alcuni casi verificarsi in concomitanza con, gravi comportamenti antisociali. Infine la violenza nei riguardi degli animali può essere un indicatore di una situazione familiare ed ambientale problematica, caratterizzata, a seconda dei casi, da violenza fisica, violenza psicologica, abuso sessuale, o da queste forme di violenza associate in vario modo. D'altra parte si sostiene spesso che, sviluppando negli individui, soprattutto nei bambini e negli adolescenti, un atteggiamento empatico, di rispetto e di compassione nei riguardi degli animali, questo atteggiamento può generalizzarsi ed estendersi agli esseri umani. La ricerca psicologica, ancora agli inizi in questo campo, sembra confermare questa possibilità. Non è tuttavia ben chiaro il meccanismo attraverso cui avviene questo processo di generalizzazione. ten Bensel (1993) suggerisce che alla base di questo processo ci sia un qualche tipo di identificazione e di simpatia nei confronti dell'individuo vulnerabile, qualunque sia la sua specie di appartenenza. Ritorniamo così al significato della citazione di Ciuffreda, e cioè che umani e non umani stanno bene o male solamente insieme. Qualche tempo fa, in un canale televisivo americano, ho assistito ad una breve intervista a Wayne Pacelle, un esponente della Humane Society of the United States, sul tema della clonazione degli animali d'affezione. In quell'occasione Pacelle ha detto qualcosa che condivido in pieno e che suonava più o meno così: "Perché clonare gli animali d'affezione quando ci sono tanti animali nei canili e nei rifugi?" Ma lo stesso ragionamento è valido anche per i bambini. Perché tante tecniche sofisticate per avere un bambino quando ci sono milioni di bambini nel mondo soli, denutriti, abbandonati, malati? Ancora una volta assistiamo allo stesso atteggiamento di indifferenza nei riguardi della sofferenza dei più deboli, siano essi umani o animali. E ancora una volta è confermata l'idea che la lotta per i diritti e per la giustizia non va combattuta con un'ottica settoriale, ma sulla base di una concezione globale dei rapporti tra gli umani e tra gli umani e gli animali e la natura in genere.
Superare lo specismo per superare la violenza Nell’idea stessa di violenza è implicita una connotazione etica negativa, per cui gli atti violenti appaiono per sé condannabili, proprio perché non sorretti da una giustificazione sufficiente, anche se non tutti gli atti che comportano l’uso della forza necessariamente sono eticamente condannabili. Prima di affrontare il problema della violenza degli uomini contro gli animali non umani è opportuno qualche cenno sulla violenza tra gli umani e contro gli umani. Del resto, la violenza, intesa come manifestazione di un’aggressività ingiustificata, è un comportamento tipicamente umano e appunto per questa ragione la violenza è sottoponibile alla valutazione etica. Ai fini di quanto mi accingo a dire è utile distinguere tra la violenza individuale e la violenza collettiva. Anche se, ovviamente, la violenza è pur sempre un comportamento tenuto da singoli nei confronti di altri singoli, le motivazioni possono essere assai diverse. Con l’espressione “violenza individuale”, della quale non è qui il luogo per parlare, alludo a gesti ed atteggiamenti violenti, le cui motivazioni possono essere le più varie, esercitati su soggetti e da parte di soggetti che vengono coinvolti anche a prescindere dalle qualità loro attribuite. Con l’espressione “violenza collettiva” alludo invece ai gesti ed atteggiamenti violenti esercitati su soggetti e da parte di soggetti in relazione a una qualità vera o attribuita, che rappresenterebbe la giustificazione dell’atto violento. Atti e comportamenti violenti non sono, s’intende, solamente quelli che implicano la violenza fisica, ma anche quelli che implicano la violenza morale, e non si restringono solamente alle manifestazioni di una forza fisica o morale aggressiva, ma comprendono anche le loro motivazioni e le loro conseguenze di questa e quindi anche gli scopi di sfruttamento, sopraffazione, umiliazione e discriminazione che l’atto violento mira a conseguire. La violenza collettiva, al contrario della violenza individuale, la quale si giustifica o meglio non si giustifica da sé, ha bisogno di giustificazioni che trova, appunto, nell’attribuire al soggetto che subisce la violenza una determinata qualità che giustificherebbe l’atto violento. Tale bisogno di giustificazioni sussiste specialmente quando la violenza non si esercita e si esaurisce in un atto immediato, ma si realizza attraverso sottomissioni e discriminazioni ai fini dello sfruttamento e dell’assoggettamento, vale a dire allor quando la minaccia dell’atto violento rappresenta la garanzia della sottomissione. Alludo in sostanza alla costituzione di un potere che consente la gestione apparentemente pacifica di un rapporto violento dissimulato, che viene a costituire gli agenti della violenza e le vittime della violenza come categorie. In tal modo, infatti, l’esercizio della violenza materiale viene a giustificarsi come ristabilimento del rapporto di potere turbato, rapporto che si presume legittimo appunto perché apparentemente pacifico e, di conseguenza, apparentemente anche consensuale. Nell’esercizio, per sé sempre arbitrario, della violenza, la miglior giustificazione, per colui che la violenza esercita, è l’attribuzione, alla vittima della violenza, di una natura e/o di certe qualità che giustifichino e legittimino una sudditanza “naturalmente” fondata, vale a dire fondata su una “naturale” inferiorità. Le ideologie discriminatorie che, lungo la storia, hanno costellato e accompagnato la vita sociale degli umani, i famigerati “ismi” (sessismo, razzismo, patriarcalismo e via enumerando, costruiti sulla base del genere, dell’etnia, dell’età), hanno rappresentato la legittimazione di un rapporto di dominio, giustificato dalla presunta naturale inferiorità degli assoggettati al dominio. Più precisamente, la diversità, oggettivamente esistente e per sé in generale innegabile, ha consentito, tramite un’attribuzione di qualità e di significato alla diversità stessa, di individuare una presunta inferiorità, tale da legittimare un “giustificato” dominio. Per esempio, non v’è dubbio che le donne siano diverse dagli uomini e proprio a cagione della loro diversità si è potuta, da parte di un potere maschile, attribuir loro una qualità d’inferiorità (un’intelligenza inferiore o la mancanza dell’anima o via elencando), tale da giustificare la discriminazione di genere (se il potere di definire la diversità fosse potuto essere in capo alle donne, la situazione sarebbe potuta, in modo altrettanto insensato e ingiustificato, essere magari rovesciata). E così per la discriminazione basata sulla razza (ci sono razze superiori e razze inferiori e la razza bianca è certamente quella superiore), sull’età (i bambini magari devono essere protetti, ma, siccome non sono adulti, devono essere protetti secondo le scelte degli adulti) e via dicendo. Oggi questo trucco ha mostrato la corda. Gli “ismi” si sono rivelati per quello che sono: argomentazioni ideologiche al fine di giustificare la violenza e di giustificare la sopraffazione e lo sfruttamento che ne seguono. Questo tipo di argomentazione si è, così, reso culturalmente implausibile. Anche se i comportamenti violenti ne traggono ancora sostegno e anche se le discriminazioni che su tale tipo di argomentazione si fondavano si riscontrano quotidianamente e diffusamente, ché le discriminazioni di genere, di razza, di età sono purtroppo all’ordine del giorno, le loro false giustificazioni non possono più essere dichiarate, come un tempo pacificamente accadeva. I maschilisti esistono e, nelle loro valutazioni e nei loro comportamenti, possono ancora considerare le donne inferiori agli uomini e trattarle di conseguenza, ma non possono più giustificare il proprio atteggiamento con argomenti sessisti, pena la propria squalificazione e la propria delegittimazione sociale. Egualmente, non si può più dire che i neri appartengono a una razza inferiore né che i bambini non hanno diritti, anche se poi i neri vanno più spesso sulla sedia elettrica e i bambini sono maltrattati e abbandonati. Questa impronunciabilità costituisce una conquista culturale, che, per quanto sia talora il frutto di una sincera condivisione e talora, certo più spesso, l’espressione dell’ipocrisia individuale e collettiva, rappresenta un punto di non ritorno. Tuttavia, nonostante che le specifiche false giustificazioni della violenza offerte dagli “ismi” non abbiano più credito, il modello comportamentale che ne traeva sostegno è tutt’altro che abbandonato. Le diversità, del resto, sono tali e tante – dico, sommessamente, per fortuna - che utilizzarle a fini di giustificazione della violenza è perfin troppo facile. Ci si richiama allora alle diversità culturali (per carità, gli albanesi o i marocchini non sono razze inferiori, ma la loro cultura li plasma sì che sono inevitabilmente portati a costituire racket di sfruttamento della prostituzione e di spaccio di stupefacenti, e dunque non sarebbe irragionevole né ingiustificato impedire che si integrino nel nostro sistema sociale dove rappresentano così pur sempre una forza lavoro a basso costo, vale a dire, non sarebbe ingiustificato esercitare una violenza che consenta il loro sfruttamento). Oppure ci si richiama alle diversità culturali legate alla religione professata ( si sa, tutti gli uomini sono uguali, ma non così tutte le religioni e i musulmani sono, per via delle loro credenze, portatori di una civiltà inferiore – come taluno ci ha autorevolmente spiegato di recente –e, anzi, inclini al terrorismo e quindi è bene ogni tanto chiarir loro le ragioni che giustificano la legittimità del potere, specialmente nel campo petrolifero). O ancora a certe “anormalità” delle scelte individuali (i sessi hanno pari dignità, purché siano “normali”, che altrimenti appare legittimo negare a certi cittadini, per via delle loro scelte sessuali, alcuni diritti fondamentali). Se la tentazione di usare questo modello ideologico per giustificare la violenza è così viva, la miglior via per superare non già purtroppo la violenza, ma almeno appunto tale modello, facendo chiarezza e chiamando finalmente le cose col loro nome – e, dunque, parlando di forti e di deboli e non di “buone ragioni” di superiorità e d’inferiorità - la miglior via è quella di allargare il discorso e combattere ogni forma di discriminazione fondata sulla diversità, ciò che infine significa impedire la commistione tra il concetto di diversità e i concetti di inferiorità e superiorità. A tale scopo deve cadere, ma anzitutto essere socialmente e culturalmente delegittimato e squalificato, lo specismo, vale a dire la discriminazione fondata sulla specie, ultimo ed estremo “ismo” che coinvolge non più solamente le diversità tra gli umani, ma ogni diversità tra i senzienti. La battaglia antispecista rappresenta non solamente – e, sia chiaro, principalmente –una battaglia volta all’esterno della specie umana in favore della dignità animale e a sfavore della ingiustificata pretesa antropocentrica, ma è anche una battaglia interna alla specie umana a favore dei deboli e contro le discriminazioni. Si giunga a dire onestamente che gli animali vengono mangiati non già perché, essendo inferiori, sarebbero naturalmente destinati all’uso e all’abuso degli uomini, ma semplicemente che sono mangiati perché sono troppo deboli per impedirlo e si ammetta finalmente che solamente per questa ragione, e non già perché la loro diversità rappresenta una loro ontologica inferiorità tale da giustificare lo sfruttamento e la sopraffazione, possono essere macellati, torturati, costretti a vivere in condizioni etologicamente, fisicamente e psicologicamente insostenibili al fine del loro sfruttamento o addirittura del divertimento umano o, ancora, possono essere utilizzati senza scrupolo per sperimentazioni di utilità prossima allo zero da punto di vista scientifico, ma molto elevata dal punto di vista economico e magari da quello della carriera. Senza dilungarsi nell’elencazione dei crimini morali che gli umani hanno perpetrato e perpetrano ai danni delle specie non umane, che non basterebbe la parafrasi dell’intero codice penale, possiamo lasciare tutte queste questioni alla considerazione di chi vuol riflettere senza preconcetti. Noto solamente, specificamente sul tema della vivisezione, che l’orientamento specista nei confronti dei non umani si è spinto a compiere distinzioni all’interno delle stesse specie non umane, stabilendo una gerarchia di dignità a seconda di una supposta vicinanza o di una supposta lontananza che solo l’antropocentrismo può capire. Secondo la legge, infatti, la sperimentazione su scimmie, cani e gatti è possibile solo a ben determinate condizioni (nei fatti, purtroppo, le cose vanno ben diversamente) mentre l’uso di conigli, topi e ratti è addirittura raccomandato: insomma, uno specismo di secondo grado. Riprendendo il filo del discorso, non è forse inutile ribadire, proprio con riferimento al tema della violenza, che l’animalismo, nella sua forma più radicale dello aspecismo, è un orientamento morale utile anche al progresso della stessa condizione umana. Non si tratta solamente, anche se questo rappresenta l’obbiettivo fondamentale e primario dello aspecismo, di riportare a moralità la relazione tra la specie umana e le specie non umane e di rifiutare la violenza che caratterizza questo rapporto, ma di risolvere – attraverso la squalificazione dello specismo – un meccanismo sociale e culturale che giustifica la violenza all’interno della specie umana. Diviene in un certo senso vera l’affermazione popolare, che fare bene agli altri porta bene a noi stessi. Dobbiamo essere vegetariani per ragioni morali e anzitutto perché rifiutiamo il danno degli animali, ma essere vegetariani giova anche alla nostra salute. Dobbiamo rifiutare la sperimentazione sugli animali anzitutto perché è immorale e violenta, ma anche perché è inutile se non dannosa, sicché non sperimentare sugli animali eviterebbe anche errori che recano svantaggio a noi umani. Il rispetto verso ogni specie vivente deve essere ispirato anzitutto da considerazioni etiche, ma renderebbe migliore anche l’ambiente nel quale la vita umana si svolge. Superare lo specismo non solamente ridurrebbe la violenza umana nei confronti di altre specie o, quanto meno, la renderebbe ingiustificabile sulla base di una pretesa superiorità, ma forse ridurrebbe, non oso dire eliminerebbe, anche la violenza tra gli umani. E’ probabilmente ingenuo pensare che la violenza, in una mondo di risorse limitate e perciò conflittuale, possa essere eliminata, ma il rifiuto dello specismo potrebbe contribuire all’affermazione del principio di giustificazione sufficiente della limitazione dei rispettivi interessi che debbono essere bilanciati e così contribuire a un’equa distribuzione delle risorse e delle sofferenze tanto per gli umani quanto per i non umani. * Questo articolo costituisce una versione riveduta e ampliata dell’intervento al convegno “Animali e violenza“ svoltosi a Genova il 10 dicembre 2001 per iniziativa del CRCSSA - Centro ricerca cancro senza sperimentazione animale (www.crcssa.it)
Valerio Pocar Università di Milano-Bicocca
Movimento antispecista
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