RELIGIONE E DIRITTI ANIMALI

 

 

ISLAMISMO

 

"Chi è buono verso le creature di Dio è buono verso se stesso." 

Hadith del profeta Maometto

 

Sufi Allah disse a Maometto: "Se proprio dovete uccidere, al posto di 40 polli uccidete una capra, al posto di 40 capre uccidete 10 mucche, al posto di 40 mucche uccidete 10 cammelli"

Nota è la compassione di Maometto verso la condizione degli animali; significativo è l'episodio in cui preferì tagliarsi un lembo del mantello, piuttosto che svegliare un gatto, sul quale si era addormentato. Il profeta vietò l'uso di uccelli per il tiro al bersaglio. Vedendo alcune persone che tiravano frecce ad un montone ne fu disgustato e disse: "Non usate violenza agli animali selvatici". 

In quel tempo in cui l'incesto tra madre e figlio era consuetudine e la gente usava tagliare carne da animali vivi, come la gobba e la coda ai cammelli, anche se il profeta preferiva cibi vegetariani per la popolazione permise l'alimentazione carnea, cercando di adottare la tecnica del graduale distacco seguita nell'Antico Testamento. Comunque, a coloro che avessero mangiato carne comandava di lavarsi la bocca prima di mettersi a pregare. 

In una tradizione Sufi Allah disse a Maometto: "Se proprio dovete uccidere, al posto di 40 polli uccidete una capra, al posto di 40 capre uccidete 10 mucche, al posto di 40 mucche uccidete 10 cammelli". Evidente è il valore attribuito alla vita indipendentemente dalla forma e dalla dimensione corporea della creatura. 

Per il profeta infatti gli animali hanno un'anima: parlando del Giudizio egli li cita sovente. Secondo Maometto gli animali non sono nostri schiavi ma creature che Dio ci ha affidato e delle quali ci chiederà conto nel giorno del Giudizio. Alcuni discepoli gli chiesero se esistesse una ricompensa per chi fa del bene agli animali: "Esiste una ricompensa per chi fa del bene a qualunque essere vivente" rispose. 

Alcune sette islamiche, come gli Sciti ed i Sufi, tengono in alta considerazione il vegetarismo come regola di vita. Una santa sufi, quando si isolava in una foresta a pregare molti animali le si facevano intorno. Un giorno andò a trovarla un altro sufi ma gli animali scapparono e questi chiese alla santa il motivo. "Che cosa hai mangiato oggi?" gli chiese: "Aglio fritto e lardo" rispose. "Ti mangi il loro corpo e vuoi che non scappino?" Altrettanto nota è la storia del cacciatore che scopre la pietà dall'uccisione di una cerva che allattava il suo cucciolo.

In ogni caso il Corano continuamente richiama alla compassione e alla misericordia per gli animali.

BUDDISMO

 

"Mangiare la carne spegne il seme della grande compassione." 

Mahaparinirvana Sutra 

 

Uno dei compiti principali della missione del Buddha era proprio la liberazione degli animali dalla violenza umana.

Su due princìpi fondamentali si fonda la filosofia buddista, la saggezza e la compassione. Per il raggiungimento dell'una e dell'altra è indispensabile essere vegetariani. 

Il primo dei precetti buddisti recita: "Non uccidere, anzi tutela ogni forma di vita". L 'unico testo ritenuto scritto di proprio pugno dal Buddha dice: "Le creature senza piedi hanno il mio amore, e così lo hanno quelle a due piedi e anche quelle a molti piedi. Possano tutte le creature, tutte le cose che hanno vita, tutti gli esseri di qualunque specie, non avere mai nulla che possa danneggiarle. Possa non accadere loro mai nulla di male". Infatti la filosofia del Buddha mirava all'estinzione della sofferenza di tutti gli esseri viventi.     Dopo la morte del Buddha i discepoli incominciarono a dare maggiore importanza all'intenzione più che all'azione. I monaci accettarono di mangiare carne a condizione che l'animale non fosse stato ucciso per loro.     Il vegetarismo era ritenuto da Buddha una pratica essenziale per il risveglio spirituale dell'individuo. Nella sua lungimiranza profetica disse: "Ci saranno sciocchi che in futuro diranno che io ho dato il permesso di mangiare carne e che io stesso ne ho mangiata, ma io non ho permesso a nessuno di mangiare carne, non lo permetto ora e non lo permetterò in alcuna forma, in alcun modo ed in nessun luogo; è incondizionatamente proibito a tutti". Uno dei compiti principali della missione del Buddha era proprio la liberazione degli animali dalla violenza umana. Gosvami, famoso maestro spirituale del XII sec. nella sua Gita Govinda, in omaggio alle 10 principali incarnazioni di Dio dice: "O mio Signore, o Persona Suprema. Tutte le glorie a Te. Per la tua grande compassione sei apparso nella forma di Buddha per condannare i sacrifici di animali raccomandati dai Veda". 

Oggi dalla grande famiglia buddista solo i monaci Zen hanno mantenuto inalterata la loro originale tradizione di vegetariani.

Il buddismo, così come viene praticato oggi, è un sistema di dottrine e tecniche sviluppato dai seguaci di Siddharta Gautama (563-483 a.C.), meglio conosciuta come il "Budda" o "Buddha". Il titolo "Buddha" deriva dalla radice sanscrita budh, che significa "conoscere", "realizzare", "risvegliare". 

I buddisti praticanti di oggi assumono posizioni diverse riguardo agli insegnamenti del Budda che, come il Cristo, non ha lasciato niente di scritto. Tuttavia le sue parole vennero registrate dai discepoli e tramandate agli altri. Molta è la confusione che questo sistema ha generato; col tempo, si sono formate migliaia e migliaia di diverse sette che, direttamente o indirettamente, rivendicano il loro "buddismo". Comunque, sono due i punti che vengono accettati all'unanimità: che Buddha raggiunse l'illuminazione suprema e che la sua compassione (ma sarebbe meglio dire "il suo assoluto rispetto") abbracciava tutto ciò che vita. 

Secondo i testi buddisti, Siddharta Gautama, non ancora conosciuto con Buddha, era il figlio di un grande re che lo manteneva isolato e protetto dalle sofferenze del mondo esterno. Così, da giovane Siddharta visse una vita fantastica, lontana dalle miserie dell'esistenza materiale. All'età di ventinove anni, tuttavia, Siddharta si avventurò fuori dai confini del palazzo e per la prima volta vide un uomo anziano, un ammalato, un morto e, infine, un sannyasi (un monaco nell'ordine di rinuncia, il quale spiegò a Siddharta che i suoi primi tre incontri non erano una cosa rara, ma proprio l'inevitabile stato di sofferenza di tutti gli esseri viventi in questo mondo. Siddharta divenne triste e preoccupato, e cadde in profonda contemplazione. Decise di scoprire il modo in cui la gente avrebbe potuto conquistare il dolore. 

Per prima cosa praticò una vita di digiuni e severe austerità, ma divenne così debole, per mancanza di nutrimento adeguato, che quasi morì. Ne dedusse che l'auto mortificazione non conduce alla perfezione che cercava. Disperato, divenne un mercante errante. Secondo la tradizione buddista, una sera (probabilmente intorno al 531 a.C.), mentre meditava nella foresta a Buddh Gaya, Siddharta raggiunse gli stadi preliminari dell'illuminazione. Poté vedere con chiarezza che l'esistenza materiale è illusoria e che in questo mondo è tutto transitorio. Fu sempre a Buddh Gaya, sotto il famoso Albero della Bodhi, che Siddharta fece voto di raggiungere l'illuminazione totale. 

Dopo aver praticato il sadhana (disciplina spirituale) per sei anni, egli raggiunse il suo scopo e compose le Quattro Nobili Verità dell'esistenza materiale: la sofferenza regna ovunque in questo mondo in mutamento, la sofferenza nasce dal desiderio, l'estinzione del desiderio porta all'estinzione della sofferenza, il modo di estinguere il desiderio è seguire la Via in Otto Parti. La Via consiste nella corretta conoscenza, corretto fine, corretta parola, corretta condotta, corretta attività, sforzo corretto, corretta attitudine mentale e contemplazione corretta. 

Un insegnamento considerato fondamentale nell'autentica dottrina buddista, e che è tutt'oggi considerato il Primo Precetto buddista: "Non uccidere, anzi mantieni e tutela ogni forma di vita." 

E' interessante notare che nello stesso secolo in cui Budda insegnava la dottrina della contemplazione e della non violenza, idee analoghe venivano predicate da Confucio in Cina, da Zoroastro in Persia, da Pitagora in Grecia, da Isaia a Gerusalemme e, in un'altra parte dell'India, da Mahavira. 

Ora esaminiamo e commentiamo il 55° discorso del Budda; discorso tratto dal Testo Pali che, tradotto dalla lingua pali per la prima volta da K. E. Newmman e trasferito in italiano nel 1916 da G. De Lorenzo, fu pubblicato nel 1907 dall'editore tedesco R. Riper. Il Testo Pali comprende 152 discorsi trasferiti dai discepoli del Buddha, una preziosa e inestimabile testimonianza diretta del pensiero del Buddha. 

55° discorso.... Del Mangiare Carne 

Nel 55° discorso, un medico accusa Buddha di mangiare la carne. A tale accusa il Buddha risponde: "Mi accusano senza ragione, ed a torto. Tre casi vi sono in cui io dico non mangiare carne: vista, sentita, sospettata." Quindi secondo il Buddha, la carne non va mangiata in nessun caso, a meno che non la si mangi per errore. Infatti egli specifica che la carne non va mangiata se uno la vede, ossia se si rende conto che è carne; la carne non va mangiata se sentita, ossia se uno è stato informato che si tratta di carne; infine, la carne non va mangiata se sospettata, ossia se uno ha solo il sospetto che quello sta mangiando potrebbe essere carne

A convalida di ciò in seguito il Buddha aggiunge: "chi toglie la Vita (agli animali) acquista cinque volte grave colpa." 

E in seguito chiarifica quali sono queste cinque colpe. 

Prima colpa: "perché egli comanda: portate qui quell'animale. Quindi egli è colpevole di aver ordinato di catturare quell'animale.

Seconda colpa: "perché l'animale trascinato, tremante e riluttante, prova dolore e tormento." 

Terza colpa: "perché egli ordina: uccidete quest'animale." In effetti, chi mangia carne è proprio colui che, sia pure indirettamente, dà l'ordine di uccidere l'animale. 

Quarta colpa: "perché poi l'animale nella morte prova dolore e tormento." Sempre per lo stesso motivo, chi mangia carne provoca dolore e tormento agli animali. 

Quinta colpa: "perché egli poi fa ristorare sconvenientemente, perciò egli s'acquista per la quinta volta grave colpa.

Con ciò il Buddha fa capire che chi mangia carne non commette solo le quattro colpe precedenti, ma anche una quinta colpa grave, ossia quella di "far ristorare sconvenientemente", ossia far mangiare questo cibo ad altri, portandoli in colpa; ed in più con un alimento sconveniente, non atto all'uomo. 

Con questo discorso, Buddha chiarifica senza ombra di dubbio qual è il suo pensiero sul mangiare carne. Chi, in seguito, ha deciso di ignorare o ancor peggio modificare in mala fede il suo discorso, per poi convincere altri a farlo e a seguirlo, se ne assumerà di certo tutte le responsabilità e ne pagherà le inevitabili conseguenze. 

 

Il buddismo in Cina e Giappone

 

Secondo The Encyclopedia Of Buddhism: "In Cina e Giappone mangiare carne era considerato negativo ed era bandito. Il consumo di carne gradualmente cessò (V secolo d. C.) e questa divenne la tendenza generale. Si diffuse l'abitudine di non mangiare alcun genere di carne nei templi e nei monasteri." Certi cibi, specialmente la carne di maiale, si diceva rendessero il respiro sgradevole agli antenati. Secondo la tradizione Shinto per ottenere la verità suprema era essenziale consumare cibi puri, cioè vegetariani.

Attorno al VI secolo il Buddismo cominciò a stabilire un forte seguito in Giappone ma, come al solito, col passare dei secoli si andò nella direzione di una pratica meno rigorosa dei principi del Buddha. 

Anche se mangiare carne, ma soprattutto pesce, è diventato abituale nel Giappone moderno, i più religiosi considerano ancora mangiare la carne un attività inferiore, e chi lo fa è tuttora considerato un fuori casta. Per esempio, carne e pesce non compaiono mai nella dieta dei monasteri buddisti zen, dove i maestri zen devono la loro reputazione a una stretta disciplina e alla adesione inalterata alle antiche regole. 

I movimenti buddisti contemporanei, come quello dei Buddhists Concerned For Animal Rights, si danno da fare per ristabilire i principi vegetariani nella tradizione buddista. Del resto, basta leggere senza nessun preconcetto i discorsi del Buddha e la storia della sua vita Terrena per estirpare qualsiasi dubbio. 

 

 

IL JAINISMO

 

Vivi e lascia vivere.

Ama tutti.

Servi tutti.

 

Questa è la fondamentale proposizione dottrinale jainista.

 

La spiritualità jainista si basa sulla regola aurea dell’AHIMSA, il rispetto attivo nei confronti di ogni singola vita, animale o vegetale, che è divina e sacra e contiene un’anima individuale eterna, potenzialmente perfetta e santa, che aspira a liberarsi dai vincoli con la materia. Ne deriva che la condotta del Jaina sia estremamente rigorosa nell’osservanza del vegetarismo, del pacifismo, della tolleranza, della protezione della creazione e delle creature, dell’altruismo. Nel Jainismo non vi sono sacerdoti, gerarchie, un organismo centrale, un papa, né si trovano dogmi o intermediari. Il fatto che qui non vi sia la possibilità di delegare le proprie responsabilità e le proprie mancanze a un confessionale, a un intermediario, o a un qualunque rituale religioso, sottende un impegno nella condotta e nella fede rigoroso, tutto personale, individuale, in prima linea con sé stessi e con la propria coscienza. Il Jainismo è una Dottrina spirituale ateista, nel senso che rifiuta scientificamente ed empaticamente l'idea di un creatore increato, di un primo motore immobile, ritenendola illogica e inutile per il progresso spirituale. Ognuno può aspirare alla deità: il Jainismo riconosce infatti numerosissimi Dei, intesi come esseri umani autoliberatisi grazie ai propri sforzi personali. Il divino, il sacro, è nella vita, anzi E’ la vita stessa. Ovunque vi sia un’espressione vivente, animale o vegetale, così come anche la terra, l’acqua, il vento, la rugiada, ……… lì si trova il sacro, senza bisogno di cercarlo altrove, e chissà dove… La metafisica jainista attribuisce grande importanza alla logica sul piano cognitivo; viene data una spiegazione scientifica, codificata nei minimi particolari, dell’origine e del divenire degli universi, eterni e increati, in cui si dimostra che l’anima non nasce e non muore, ma migra di corpo in corpo fino alla Liberazione, che può essere ottenuta soltanto disgregando i frutti dei propri karma (sia i karma auspicali che i karma nefasti), emancipandosi, cioè, in modo autentico, dagli attaccamenti e dalle avversioni. Oltre all’AHIMSA, altre due regole fondamentali per i Jaina sono: la Dottrina del "Non-assolutismo” (“Anekantavada”) e la “Costante Vigilanza”. La Dottrina del "Non-assolutismo” insegna ad allargare il proprio punto di vista, la propria prospettiva di giudizio, e a vedere l’oggetto di ogni affermazione, di ogni pensiero e di ogni credo, contemporaneamente come: vero, non vero, descrivibile e indescrivibile. L’adozione di questa Dottrina apre la mente e il cuore dell’individuo a un totale ecumenismo e a un reale superamento di ogni differenza di religione, di pensiero, di appartenenza. La prescrizione della “Costante Vigilanza”, richiede al Jaina di non allentare mai la propria attenzione nei confronti del rispetto per le altre vite e nei confronti dell’applicazione dell’AHIMSA. E’ detto che un individuo costantemente vigile è sempre nonviolento, anche quando, per una circostanza imponderabile, causa involontariamente una violenza; mentre un individuo disattento è sempre violento nel suo cuore, anche quando non causa violenza. Il rispetto attivo per gli animali e per la natura è, quindi, il fondamento stesso dell’etica jainista. Presso le comunità e i templi Jainisti gli animali non devono temere per la propria incolumità; anzi, accanto ai templi si trovano spesso i "Panjarapole", rifugi per animali anziani o feriti e centri veterinari sovvenzionati dalle comunità dei laici, che si occupano, inoltre, del mantenimento e della protezione dei monaci e degli asceti, dei templi, delle biblioteche e degli ostelli. Non di rado, i Jaina acquistano animali dai macelli per dare loro salvezza e ricovero. Un aspetto interessante della devozione jainista è che questa non è concepibile per l’ottenimento di miglioramenti spirituali o materiali; per i devoti Jaina non è pensabile un’adorazione volta all’ottenimento di benefici, grazie o miracoli; la riverenza ai ventiquattro Saggi ("Tirthankara", esseri umani illuminati e autoliberatisi) è fine a sé stessa. I Tirthankara non possono essere toccati dalle umane sollecitazioni; loro compito è essenzialmente quello di indicatori della giusta via verso la Liberazione. Ogni progresso personale può avvenire unicamente grazie agli sforzi, alla condotta e all’impegno del singolo individuo. Contrariamente a quanto accade presso altre religioni, dove il salire nelle gerarchie ecclesiastiche comporta un sempre maggiore prestigio, maggiore ricchezza di paramenti, e vistosi miglioramenti esteriori, nel Jainismo, con il progredire dell’evoluzione sul piano spirituale, aumentano le rinunce e le restrizioni. I monaci e le monache (“Svetambara” o “Saddhi”) possiedono solo un abito bianco, una ciotola per elemosinare il cibo e l’acqua, un bastone, una scopa per rimuovere gli insetti dal loro cammino e prima di sedersi e coricarsi, e una pezzuola sulla bocca per non nuocere ai batteri dell’aria. Gli asceti “Digambara” (= “Vestito di cielo”), che sono generalmente i più anziani, i più eruditi sulle Scritture, i più perfetti sul piano della condotta, della fede e della conoscenza, non possiedono nulla: né abito, né dimora, né lavoro, né famiglia, né amici, né ciotola, ma solo la scopa, un contenitore per l'acqua con cui lavarsi i piedi prima di entrare nei templi e la pezzuola sulla bocca; essi elemosinano il cibo e l’acqua da bere nell'incavo delle mani. I monaci e gli asceti, oltre a non cibarsi di alcun animale, non si cibano neppure di tutte quelle creature vegetali che contengono princìpi di vita, e quindi l’anima: bulbi, germogli, radici, frutti ricchi di semi, e neppure miele, prodotto mettendo in pericolo la vita delle api. Il termine “Jaina” significa “Vittorioso” e designa coloro che hanno vinto sugli attaccamenti, sulle avversioni,  sull’egoismo, sul materialismo e sulle passioni. L’origine del Jainismo si perde nella notte dei tempi; sono noti al mondo solo gli ultimi ventiquattro Saggi “Tirthankara” ( = “Costruttori del ponte”) che reiterarono i fondamenti della Dottrina, il più recente dei quali, Mahavira, visse in India nel 600 a.C.. Mahavira era contemporaneo di Siddhartha Gautama, il Buddha; come lui figlio di un raja, decise di ritirarsi per meditare sulla natura dell’anima, raggiungendo il Nirvana, pare, con vent’anni di anticipo sul Buddha. Sia Buddha che Mahavira si opposero al vedismo a causa della divisione in caste e dei sacrifici animali. A differenza del Buddismo (dove esiste un’anima universale “io-Tutto”), nel Jainismo ogni vivente è dotato di un’anima individuale; inoltre, per il Jainismo è indispensabile rinunciare completamente al corpo attraverso la "Dottrina del Distacco" per compiere il proprio processo di Liberazione, mentre il Buddha, dopo aver seguito per molti anni il modello ascetico, scelse poi la “via di mezzo”. Attualmente il Jainismo conta circa dieci milioni di aderenti, fra laici, monaci e asceti, quasi tutti in India e negli Stati Uniti d’America; gruppi di Jaina iniziano a esistere in Inghilterra e Nord Europa. Credo che, in tempi di indifferenza e di lassismo dell’etica, dello spirito e della morale, il rigoroso messaggio jainista possa aspirare a scuotere le coscienze dal torpore colpevole in cui sembrano ristagnare e indicare un attivismo nobilitante e ottimista, in profonda sintonia con la creazione e con le creature. Credo che ciascuno possa diventare nel proprio cuore un Jaina, ma non senza quel radicale cambiamento di natura che l’adesione al comandamento dell’AHIMSA comporta!! Del resto, non è necessario accettare la dottrina delle reincarnazione per accostarsi al Vegetarismo: è sufficiente far visita a un macello…… Maria Luisa Tornotti, nel suo “La non violenza nella cultura indiana dai Veda a Gandhi”  afferma che “il Giainismo rappresenta il massimo tentativo che sia mai stato messo in atto per ridurre o annullare la violenza”. Con l’avvento dell’industrializzazione dello sfruttamento e della violenza sugli animali, i Jaina si sono spinti ancora oltre compiendo un passo deciso nella direzione di una Nonviolenza pratica quotidiana ancor più rigorosa. I Jaina hanno pubblicato, nel 2000, in India e in U.S.A., un volume di aggiornamento dottrinale jainista, nel quale viene evidenziata la necessità irrinunciabile di abolire il consumo non solo delle carni degli animali, ma anche di tutti quei prodotti derivanti da grande violenza sugli animali, come il latte, le uova, i formaggi, il burro. Questo volume, THE BOOK OF COMPASSION, è stato tradotto da Claudia Pastorino e Massimo Tettamanti e pubblicato in Italia nel 2002 dall'Editore COSMOPOLIS nel volume dal titolo: "IL JAINISMO, LA PIU' ANTICA DOTTRINA DELLA NONVIOLENZA, DELLA COMPASSIONE E DELL'ECOLOGIA".  Le già severe restrizioni alimentari prescritte dalla Dottrina jainista sono state così sottoposte a una revisione critica nell’ottica di una attualizzazione dell’adesione alla regola dell’Ahimsa, tutta calata nei nostri giorni. La grande maggioranza dei gruppi religiosi, a causa del dilagante degrado della morale e della spiritualità, allenta la propria dottrina al fine di meglio adattarla alle modernità, alla società tecnologica e al rapido susseguirsi di cambiamenti sociali, culturali e di costume. Coraggiosamente, con il rigore che da sempre li contraddistingue, i Jaina, in seguito alla creazione dell’”animale-macchina”, stanno adottando per sé stessi e per la propria condotta quotidiana regole sempre più rigorose. E’ così che, attualmente, i monaci jainisti stanno, per esempio, sostituendo il latte (utilizzato in alcuni rituali all’interno dei templi) con il latte di soia e il latte di riso. A chi si stupisse di ciò, probabilmente non è ancora capitato di vedere o di leggere che cosa accade alle bovine "da latte" o alle galline "ovaiole" all’interno degli allevamenti intensivi!! ... Tali restrizioni valgono anche e soprattutto per la dieta quotidiana sia dei monaci che dei laici. Se scrutiamo la realtà nascosta e segreta dell’industria del latte e dell’industria delle uova, vediamo quanto questo modello di comportamento – che, a mio parere e per esperienza personale, è solo apparentemente estremo o di difficile attuazione – sia, all’atto pratico, l’unico modo possibile per vivere pienamente e fino in fondo la regola d’oro dell’Ahimsa, oggi! Credo che, attualmente, tra tutti gli ambiti spirituali,  il Jainismo sia l’unico a suggerire così decisamente l’alimentazione Vegan (altrimenti detta Vegetaliana) quale massima espressione di una Nonviolenza pienamente vissuta. Di seguito alcuni significativi versetti tratti dal SAMAN SUTTAM, il Canone della Spiritualità Jainista, pubblicato nel maggio 2001 da Mondadori: (147) E’ caratteristica essenziale di ogni uomo saggio che non uccida alcun Essere Vivente! Senza dubbio, un individuo dovrebbe comprendere semplicemente i due principi chiamati Non-violenza ed Eguaglianza verso qualsiasi Essere Vivente. (148) Tutti gli Esseri Viventi vogliono vivere e non morire; per questo le persone completamente prive di attaccamenti (Nirgranthas) proibiscono l’uccisione degli Esseri Viventi. 149) In tutti i casi, sia consapevolmente che inconsapevolmente, un individuo non dovrebbe mai uccidere gli altri Esseri Viventi -mobili o immobili- di questo mondo, né permettere ad altri di ucciderli. (150) Come il dolore non ti è gradevole, ugualmente non lo è per gli altri. Conoscendo questo principio di Eguaglianza, tratta sempre gli altri con Rispetto e Compassione. (151) Uccidere un Essere Vivente è come uccidere sé stessi; mostrare compassione ad un Essere Vivente è come mostrarla a se stessi. Colui che desidera il proprio bene, dovrebbe evitare di causare qualsiasi tipo di danno ad un altro Essere Vivente! (152) L’Essere Vivente che vorresti uccidere è uguale a te stesso; l’Essere Vivente che vuoi tenere sottomesso è uguale a te stesso. (154) Anche la sola intenzione di uccidere causa la schiavitù del karma, sia che tu uccida sia che tu non uccida; dal punto di vista reale, la natura di chi manifesta l’intenzione di uccidere è schiava del karma. (155) Sia il non astenersi dalla violenza, che l’intenzione di commetterla, è himsa (violenza).

Anche il comportamento non costantemente vigile a causa delle passioni, equivale a  himsa. (156) La persona saggia è quella che lotta sempre per sradicare i suoi karma  e che non è attratta da himsa. Uno che si sforza fermamente di rimanere non-violento è, dal punto di vista reale, ‘uno che non causa uccisioni’. (157) Secondo le Scritture l’individuo è sia violento che non-violento. Quando l’individuo è attento e vigile sulla propria condotta, è non-violento; quando si distrae, è violento. (158) Non esiste una montagna più alta del Meru; non esiste niente di più esteso del cielo; ugualmente, si sa che non esiste in questo mondo una religione più grande della Religione dell’Ahimsa!

 

 

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