FILOSOFIA E DIRITTI ANIMALI

 

 

Il diritto di avere diritti: incontro con Tom Regan

 

Difensore e teorico dei diritti animali, attivo nel movimento che si prefigge come scopo l’abolizione del loro sfruttamento, Tom Regan è docente di filosofia alla North Carolina State University e autore de I diritti animali, testo considerato un classico dell’etica moderna, il lavoro filosofico sicuramente più completo e articolato che affronta la questione non-umana e giunge a formulare un’etica della responsabilità dell’uomo verso la natura e l’ambiente. 

 

L’aspetto solare e il volto sorridente del filosofo statunitense, nato a Pittsburgh una decina d’anni dopo la depressione del 1929 (quando la capacità di nutrire i propri cari era misura del successo, e il poter permettersi il consumo di carne significava la piena realizzazione del sogno americano) trasmettono la serena solidità delle sue teorie e delle sue esperienze, diffuse con argomentazioni precise ed esposte con spontanea cortesia. Regan non nasconde la propria consapevolezza di come, a chi le incrocia per la prima volta, le sue idee possano apparire radicali, o addirittura estreme, e ricorda come il suo percorso verso la difesa dei diritti animali fosse iniziato dalla completa ignoranza e mancanza di considerazione per le condizioni di miliardi di esseri senzienti. Ci comunica di aver lavorato, per breve tempo e per mantenersi agli studi, addirittura da garzone di macelleria, di aver partecipato -come tutti gli studenti- alle prove di dissezione nel corso di biologia, di aver regalato, a suo tempo, alla moglie un cappello di pelliccia. Dichiara di non voler dimenticarsi di come, 30 anni fa, egli stesso fosse proprio uguale coloro che oggi cerca di informare e convincere: non vedeva il problema, o non ne era toccato, e sostiene che se uno come lui, partito da una completa noncuranza rispetto al destino degli animali, è oggi un teorico dei loro diritti, tutti possono divenire almeno attivisti. 

L’interesse di Regan per i temi dell’etica e della violenza era scaturito dall’incontro/scontro tra il proprio pacifismo militante rispetto all’intervento in Vietnam e le opere di Ghandi, e dalla conseguente riflessione sul contrasto tra la contrarietà alla violenza non-necessaria del conflitto sud-est asiatico, in cui gli umani erano le vittime, e il sostegno fornito al medesimo genere di violenza, sempre non-necessaria, quando le vittime erano gli animali. Tale contrapposizione lo aveva avviato verso il riconoscimento dell’importanza di un’etica del rispetto per tutti i viventi e in particolare verso la comprensione di come il consumo di carne, cioè di animali, sia un modo di sostenerne la violenza dell’uccisione. 

La logica, precisa Regan, ci conduce a meditare su come l’uccisione di animali per ricavarne cibo costituisca un atto non-necessario, e su come, d’altro canto, non sia facile considerare la propria forchetta un’arma violenta utilizzata contro chi è impossibilitato a difendersi. Nonostante queste considerazioni, la scelta di diventare vegetariano per motivi etici non era però stata immediata e, come tante persone, anche Regan aveva trascorso un periodo durante il quale il conflitto di coscienza era rimasto latente e irrisolto. Ma il dolore per la morte di un amato compagno cane, permeato dal ricordo delle parole ghandiane da cui aveva appreso come in India molti considerino il cibarsi di vacche un’azione indicibilmente ripugnante (proprio come sarebbe per noi l’idea di mangiare cane o gatto) gli aveva procurato la spinta a riaffrontare l’opportunità o meno di scegliere il vegetarismo. E’ possibile giustificare il consumo di mucche, maiali, polli e tacchini in base ad una tradizione che determina ciò che è moralmente giusto o sbagliato, chiede Regan, o sono le nostre emozioni a determinare le scelte? Perché dovremmo reagire differentemente nei confronti di mucche e maiali rispetto a cani e gatti? Se si trattasse davvero di reazioni emotive proveremmo empatia anche per i primi, o no? La soluzione scelta dallo studioso americano per il dilemma tra il dover mutare convinzioni e sentimenti riguardo al trattamento degli animali d’affezione oppure riguardo al trattamento degli animali da carne, è stata il vegetarismo (più tardi divenuto veganismo) seguito dall’impegno nel creare un movimento per l’abolizione totale dello sfruttamento degli animali nell’industria zootecnica, nell’abbigliamento, nella ricerca e nell’istruzione, nel settore dell’intrattenimento e in svariati altri. L’esperienza personale di Regan come attivista nella tutela degli animali è ovviamente inscindibile dalla sua teoria dei diritti, secondo la quale l’essere in vita e soggetti-di-una-vita (percepire, soffrire, emozionarsi, ricordare, ecc) sono condizioni sufficienti perché un individuo possieda valore inerente (indipendente cioè dall’utilità attribuitagli da altri), non possa essere trattato da mera risorsa e i danni inflittigli intenzionalmente non possano essere, in alcun modo, giustificati dai benefici che ne traggono altri. Dal principio del rispetto, in base al quale è necessario trattare gli individui dotati di valore inerente in modo da onorare tale valore, ha origine il concetto di etica interspecifica, basata sul possesso di diritti fondamentali e inviolabili, come il diritto alla non sofferenza, il diritto alla vita e il diritto alla libertà, al rispetto delle esigenze etologiche e specifiche.

Considerata la sempre maggiore presenza e visibilità della questione animale nella società (fino a pochi anni fa i diritti animali non trovavano spazio accademico, mentre oggi negli USA tutte le università prevedono cattedre in cui viene affrontato l’argomento), Tom Regan si professa ottimista sul futuro del movimento per i diritti animali che, a suo parere, procederà come una rivoluzione tranquilla, incentrata sulla sensibilizzazione dell’opinione pubblica a istanze sempre più difficili da ignorare in una società democratica e progressista, una rivoluzione forte della consapevolezza del sostegno di Ovidio, Orazio, Plutarco, Buddha, Shelley, Einstein, Tolstoj e di altri che fin dai tempi antichi hanno dato voce a chi ne è privo, e rafforzata dalle parole di John Stuart Mill, il quale sosteneva che tutti i grandi movimenti, inevitabilmente, conoscono tre stadi; il ridicolo, il dibattito, l’accoglimento. Oggi siamo al dibattito.

 

-Other eyes than ours were made to look on flowers- Christina Rossetti

 

 

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