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FILOSOFIA E DIRITTI ANIMALI |
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I diritti degli animali nella filosofia contemporanea
Un filosofo animalista di inizio secolo: Piero Martinetti.
Agli inizi del novecento anche a causa delle nuove scoperte nel campo dell'etologia e della fisiologia il dibattito sul problema animale riprende vigore, e, in particolar modo, si discute sulla possibilità o meno di una psicologia degli animali, la cui esistenza presupporrebbe che gli animali siano dotati di coscienza. Fra i filosofi che in questo periodo si occupano di tali questioni un posto molto rilevante è occupato da Piero Martinetti. L'amore ed il rispetto che egli dimostra agli animali sono un caposaldo del suo idealismo etico-religioso, mentre la sua visione religiosa lo porta a seguire una forma di vegetarianesimo molto rigida, paragonabile per intransigenza forse solo a quella praticata dalla tradizione eretica dei catari. Nel 1926 Martinetti pubblica nella raccolta Saggi e discorsi un saggio intitolato La psiche degli animali, dove affronta il problema della legittimità della nostra interpretazione della vita degli animali e propone una tesi volta a dimostrare che esistono delle affinità tra la coscienza dell'uomo e la coscienza dell'animale. Dopo un cenno sulle difficoltà della psicologia animale che derivano dall'impossibilità di comprendere a fondo "l'altro" persino quando si tratta di un nostro simile, avvia una profonda critica all'automatismo degli animali discusso dalla teoria cartesiana per poi continuare ad attaccare la teoria dei tropismi di Loeb che riduce la psicologia animale agli stimoli dell'azione fisico-chimica; infine dimostra i gravi limiti della tradizione scolastica che nella divisione della coscienza in senso ed intelligenza nega all'animale l'apertura alla vita spirituale.
A sostegno della sua tesi, Martinetti si avvale dell'apporto di fondamentali studi di importanti filosofi e psicologi a lui contemporanei quali Wundt, Forel, Mackenzie e De Sarlo, e di alcuni riferimenti a filosofi del passato: tra l'altro discute favorevolmente sia la tesi leibniziana sulla "unità di natura tra l'uomo e l'animale" che quella sulla realtà della sofferenza animale. Mentre prende le distanze da uno dei suoi maestri spirituali, Kant, che considera
si accosta ad un altro filosofo tedesco: Schopenhauer. Con quest'ultimo filosofo, Martinetti condivide sicuramente l'origine indiana della sua filosofia, nella quale l'animale riveste un ruolo di sacralità e di simbolo dell'eterno e la comune rivendicazione di intelletto e di coscienza dell'animale. E' sufficiente confrontare alcuni passi fondamentali dell'opera di Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, per evidenziare come il suo pensiero sulla conoscenza della casualità e sulla apprensione dell'oggetto da parte degli animali, è ampiamente ripreso e sviluppato da Martinetti tanto da costituirne un elemento centrale di tutto il saggio Sulla pietà degli animali. Sul problema della casualità della coscienza animale, Martinetti si sofferma in particolare in una delle sue opere più importanti, Introduzione alla Metafisica, dove spiega che
Per quel che riguarda la pietà che l'uomo dovrebbe portare agli animali, è interessante notare come un passo dei Parerga und Paralipomeni di Schopenhauer tradotto da Martinetti può essere considerato quasi come il manifesto di una filosofia animalista:
Quindi nella prospettiva filosofica di Schopenhauer e di Martinetti l'animale è dotato sia di intelletto che di coscienza e per questo la sua sofferenza deve suscitare nell'uomo una profonda pietà, in quanto
L'aspetto fisionomico quale espressione vitale dello spirito animale è per Martinetti molto importante: l'aspetto fisico (negli animali come negli uomini) gli appare come un simbolo vivente di una realtà superiore che può dischiudere alla Ragione, alla verità, alla conoscenza intuitiva dell'Unità assoluta. Si può dunque interpretare l'occhio di un animale quasi come una sorta di cifra linguistica, di parola-animale che porta l'uomo a comprenderne ed accoglierne l'essenza spirituale; così come le parole sono dei simboli di intuizioni che possono
Su questo problema in particolare si soffermerà un allievo di Martinetti, Francesco Ferrari, che sosterrà che
La psiche degli animali non è quindi ferma alla sfera sensorio-percettiva e all'anima sensitiva, bensì, per la filosofia di Martinetti, essa ruota verso una dimensione di spontanea intelligenza, dove anche la
L'intento di Martinetti è quello di presentare l'animale come un essere intelligente che differisce solo di grado, ma non di natura dall'uomo; per questo nel Breviario Spirituale egli afferma che
Il dolore degli animali come la sofferenza degli innocenti testimonia il mistero dell'esistenza e nello stesso tempo rivela per Martinetti l'aspetto tragico della realtà, dove il problema del male suggella la malvagità e l'apparenza del mondo fenomenico. Davanti a queste insuperabili difficoltà che segnano la vita, Martinetti propone una morale superiore, dove la giustizia e la carità orientano l'uomo al di sopra di un'etica autonoma in virtù di un fondamento religioso che riveste l'azione di qualche cosa di alto e di divino. Anche per questo motivo, la pietà rappresenta il vero legame che deve intercorrere tra natura, uomini ed animali, perché solo attraverso l'unione di tutti gli spiriti individuali si può realizzare la virtù morale. Si tratta inoltre, secondo Martinetti, di eludere la forma empirica dell'esperienza temporale per cercare una dimensione dell'eterno alla quale possano aspirare tutti gli esseri viventi. La posizione di Martinetti dunque non si limita a rivendicare la dignità dell'animale, bensì vuole dimostrarne i diritti e sostenerne le "facoltà spirituali latenti". In tal modo vengono riscattate con notevole forza teoretica le vicissitudini e i soprusi che il mondo animale ha dovuto subire in tutta la sua storia, anche da una parte della tradizione filosofica occidentale cristiana. Anche per questo Martinetti afferma che
La rivendicazione della coscienza, dell'intelletto e della libertà degli animali da parte di Martinetti non vuole essere una forma di umanizzazione, bensì una dimostrazione del carattere "ignoto" e "misterioso" della loro anima.
Il mondo animale non può infatti essere ridotto ad una riduzione del mondo umano, cioè un'interpretazione guidata dalle nostre categorie di pensiero, il compito della coscienza si realizza solo attraverso un'elevazione in grado di trasformare e unificare la natura con lo spirito in una armonia totale e solo allora
I filosofi e gli animali oggi.
In epoca recente le preoccupazioni per i danni causati dalla specie umana all'ecosistema hanno ulteriormente messo in discussione le concezioni antropocentriche e fatto aumentare l'interesse per le tematiche ambientali ed animaliste. La nuova riflessione sui rapporti tra l'uomo e i non umani può inoltre inquadrarsi nel cambiamento del clima filosofico verificatosi intorno agli anni '60, quando si ha una transizione dalle ricerche di metaetica ed analisi del linguaggio a quelle di etica normativa ed emergono temi appartenenti in senso proprio alla bioetica. Nel contesto di tali riflessioni, ponendosi al centro del dibattito il concetto di persona umana e dei suoi diritti, si assiste ad un approfondimento della nozione stessa di umano e della crucialità di tale nozione in rapporto, ad esempio, al diritto alla vita. Il che ha condotto a interrogativi analoghi concernenti i non umani. L'istanza di una nuova moralità che si occupi dei rapporti che l'uomo deve intrattenere con l'ampia sfera del non umano, si collega anche alla presa di coscienza che la sopravvivenza della nostra specie è strettamente collegata a quella delle altre. La nascente ecologia infatti insegnava in quegli anni che
e ci spinge ad un'etica della cura verso i non umani, minacciati con noi e come noi. Tuttavia accanto a questa motivazione, quella della comunanza nella paura per la morte, se ne può scorgere un'altra. Infatti seppur separati nella storia, umani e non umani si sono trovati vicini nel momento in cui alcuni umani sono stati posti, perché considerati tali dall'intera comunità, in una situazione da animali. Ed allora ecco la scoperta che l'animalità è una condizione, non un fatto di natura e che la stessa umanità è una condizione che deve essere riconosciuta, e che non può mai venir garantita. Secondo Luisella Battaglia
Oggi i modelli di bioetica animale sono molteplici. Ogni modello ha la sua filosofia e il suo sistema di pensiero, per cui non è facile giungere a conclusioni omogenee e definitive. Tuttavia si può affermare che vi sono tre impostazioni principali relativamente al rapporto uomo-animale dal punto di vista etico. La prima si basa sulle conseguenze delle azioni in termini di piacere e pena, e si ispira, modificandolo, all'utilitarismo classico e viene denominata "etica della liberazione animale" o "utilitarismo delle preferenze". La seconda è una prospettiva giusnaturalistica che postula l'esistenza di diritti naturali degli animali e viene solitamente chiamata "teoria dei diritti animali". La terza infine che può essere ricondotta ad un'etica della responsabilità umana, dove i doveri verso gli uomini, gli animali e la natura sono adeguatamente bilanciati.
Movimento di liberazione animale: Peter Singer.Verso gli anni settanta assistiamo all'emergere del cosiddetto movimento di liberazione animale ed alla sua richiesta di porre fine allo "specismo", termine coniato dallo psicologo di Oxford Richard Ryder nel 1970 ed inserito nell'Oxford English Dictonary dove è definito
Come suggerisce lo stesso termine "specismo", il movimento di liberazione animale pone un parallelismo tra gli atteggiamenti dei razzisti verso i membri di una razza che considerano inferiore e gli uomini che discriminano gli animali in base alla specie. In entrambi i casi c'è un gruppo interno che giustifica lo sfruttamento da esso operato nei confronti di un gruppo esterno sulla base di una supposta differenza, motivazione moralmente inaccettabile.
I teorici della liberazione animale si domandano perché se siamo finalmente in grado di comprendere che l'appartenenza ad un'altra razza non è una buona ragione per considerare con minore importanza i suoi interessi, dovrebbe essere una buona ragione farlo per gli appartenenti a specie diverse. Nel decennio successivo alla sua fondazione il movimento conosce una grossa crescita nell'ambito del dibattito sul trattamento degli animali, dalla sperimentazione agli allevamenti, dall'uso delle pellicce alla caccia alle balene. La forza di tale movimento si deve in parte alle sue basi filosofiche che permettono che la critica allo "specismo" sia formulata con molto rigore, molti filosofi infatti condividono la tesi che, per sé sola, una differenza di specie non costituisce una ragione eticamente difendibile per attribuire agli interessi di un essere una considerazione superiore a quella attribuita agli interessi di un altro. Colin McGinn, eminente professore di filosofia alla Rutgers University, New Jersey, qualifica lo "specismo" come una tesi confutata. Ma colui che si suole affermare sia l'ispiratore del movimento di liberazione degli animali è Peter Singer, filosofo australiano, attualmente direttore del Centre of Human Bioethics presso la Monash University di Melbourne. Il suo interesse per la condizione degli animali è iniziato dopo aver conosciuto alcuni vegetariani ed è culminato nel 1976 con la pubblicazione del libro Animal Liberation. In esso viene presentata per la prima volta una critica organica dal punto di vista filosofico dell'attuale condizione di sfruttamento degli animali. In particolare vengono trattati i temi degli allevamenti intensivi e della vivisezione. Partendo anche lui, come Henry Salt, dai principi dell'utilitarismo benthemiano li modifica, sostenendo che bisogna basarsi su una prospettiva differente che può essere detta della "media" o della "preferenza", cioè che tenga conto della felicità media di tutti i soggetti coinvolti. Il motivo del passaggio da una teoria all'altra è abbastanza ovvio: la prima visione di utilitarismo (chiamato comunemente utilitarismo della "somma") presenta il grosso difetto di non calcolare il benessere di ogni singolo soggetto, ma soltanto il risultato finale come somma degli effetti. Sicché un'azione che provochi una utilità alta per molti a fronte di gravi sofferenze per pochi sarà comunque preferibile e approvata purché nella somma totale la felicità di molti superi la sofferenza di pochi. Questo ad esempio nel caso della vivisezione porterebbe a giustificare gli esperimenti più aberranti su pochi animali e anche su esseri umani se questi permettessero di salvare molte vite umane. Singer invece, con la prospettiva cosiddetta della "media", cerca di tenere conto della situazione di tutti gli interessati, sia pure indicata in termini di utilità media: e questo è particolarmente importante, fa notare Silvana Castiglione, quando nel calcolo si vogliono inserire anche gli animali. In questa seconda prospettiva non bisogna sommare algebricamente tutte le singole conseguenze, ma bisogna valutare le preferenze di tutti gli individui coinvolti. E fra queste preferenze bisogna tenere in maggiore considerazione quelle più essenziali come ad esempio il desiderio di sopravvivere. Singer sostiene che
e che questo principio deve essere esteso a tutti gli animali. Il che però non significa che gli animali, umani e non-umani, debbano essere trattati allo stesso modo, ma che la stessa quantità di sofferenza ha lo stesso valore e quindi deve pesare in modo eguale, qualunque sia l'essere che la sperimenta. Tutti gli animali (umani e non umani) sono uguali, perché tutti sono capaci di avere interessi: per esempio, l'interesse a evitare il dolore, a sviluppare le proprie capacità, a soddisfare i bisogni primari di cibo e di riparo, a godere di rapporti amichevoli e di amore con gli altri, ad essere liberi di realizzare i propri progetti senza interferenze non necessarie da parte di altri. Singer è fermamente convinto che solo un principio morale di questo tipo possa consentire di definire una forma di eguaglianza che abbracci tutti gli uomini con tutte le loro differenze, ma anche che questo principio debba conseguentemente essere esteso anche alle altre specie.
In Etica pratica Singer illustra come il principio dell'eguale considerazione degli interessi, unico principio che secondo lui può essere una base solida per qualsiasi discorso di etica, implichi che il tener conto degli altri non dipende dalla loro razza o dalle loro capacità, infatti, se non fosse così potremmo sentirci autorizzati a sfruttare un membro di una razza diversa dalla nostra. E, riprendendo nuovamente Bentham, afferma che la capacità di soffrire è la caratteristica vitale che garantisce ad un essere il diritto ad un'eguale considerazione degli interessi.
Dunque quale sia la natura dell'essere, il principio di eguaglianza richiede che la sua sofferenza conti quanto l'analoga sofferenza di ogni altro essere. Singer arriva ad affermare che se un essere non è capace di provare dolore o esperienze di gioia o felicità, non c'è nulla da prendere in considerazione. Infatti il limite della sensibilità è il solo confine difendibile per il tener conto degli interessi altrui e tracciare questo confine mediante altre caratteristiche, quali l'intelligenza o la razionalità, sarebbe arbitrario. E proprio per confutare la tesi che soltanto gli esseri dotati di ragione e capaci di usare il linguaggio sono soggetti morali, e quindi esseri aventi diritti, fa ricorso all'argomento dei casi marginali. Non tutti gli esseri umani, infatti, hanno il pieno possesso del raziocinio e dell'abilità linguistica: basti pensare ai neonati, ai bambini molto piccoli, e soprattutto ai menomati mentali e a coloro che soffrono di gravi turbe psichiche. Eppure, noi consideriamo aberrante il negare che si possano applicare anche ad essi le categorie morali: non saranno soggetti morali attivi, nel senso che non si può pretendere da loro un comportamento moralmente consapevole, ma sicuramente sono dei soggetti morali passivi, vale a dire dei destinatari di nostri precisi doveri morali, primo fra tutti quello di rispettarli e di non farli soffrire. Il che significa che quando ci riferiamo agli umani marginali per includerli nella sfera dell'etica non prendiamo in considerazione la loro razionalità o abilità linguistica, bensì la loro capacità di soffrire, la loro qualità di esseri sensibili. E a questo punto non si vede perché lo stesso ragionamento non possa venire applicato ai non umani. Ne segue che verso gli animali noi abbiamo non soltanto dei doveri indiretti, come diceva Kant, ma dei veri e proprio doveri diretti, che vedono gli animali stessi quali destinatari in prima persona. In definitiva la posizione di Singer è incentrata sul dovere morale di non causare dolore e sofferenza a nessuno degli esseri, umani e non umani, che sono in grado di sperimentarli. Riguardo alla sperimentazione animale Singer arriva ad affermare che
Le connessioni fra razzismo e specismo sono poi meglio evidenziate in alcune domande:
Il concetto di sofferenza non cambia in base alla specie o alla razza, al massimo cambia in base all'intensità: pertanto l'interesse ad evitare la sofferenza accomuna gli esseri umani e gli animali e deve essere valutato in maniera uguale. Sembrerebbe allora che Singer abbia una posizione totalmente abolizionista nei confronti della vivisezione, mentre in realtà il filosofo australiano lascia aperta una possibilità che per altro ha attirato le ire di tutte le associazioni antivivisezionistiche abolizioniste e gli ha causato molte critiche di incoerenza ed accuse di collusioni con case farmaceutiche. Infatti Singer ritiene che, coerentemente con la sua posizione utilitaristica ed antispecistica, la valutazione sulla laicità morale di un esperimento debba tenere conto del numero dei soggetti coinvolti e della sofferenza che si provoca o si evita nelle specie coinvolte. Pertanto gli unici esperimenti permessi sono quelli in cui saremmo disposti a utilizzare in maniera alternativa animali o esseri umani "marginali" come afferma quando dice che
In un testo del 1994, Ripensare la vita, Singer fa un ulteriore passo avanti e propone una ridefinizione totale dello stesso concetto di "persona". Egli sostiene, infatti, che noi spesso usiamo il termine persona come sinonimo di essere umano, mentre invece tecnicamente "persona" è un essere dotato di determinate caratteristiche, quali per esempio l'uso della razionalità e l'autocoscienza. Dunque una persona non è per definizione un essere umano, ma qualsiasi essere sia in grado di ragionare e abbia coscienza di sé. E la scienza oggi ha dimostrato che vi sono esseri, quali le grandi scimmie, che possono rientrare a pieno titolo in questa categoria. Tuttavia non fa alcuna differenza per noi, se un essere è una persona o meno, rispetto al modo in cui dobbiamo trattarlo, infatti l'importante è se sia o meno in grado di soffrire e solo da questo deve dipendere la nostra sollecitudine ed il nostro agire, non dal grado di razionalità ed autocoscienza che possiede. Tuttavia, sottolinea Singer
Tom Regan e la teoria dei diritti.
Un altro autore di spicco dell'animalismo contemporaneo è l'americano Tom Regan, professore di filosofia presso l'Università del Nord Carolina. Egli ha legato il suo nome alla teorizzazione di veri e propri diritti attribuibili agli animali, soprattutto nella sua opera del 1983, The Case of Animal Rights, che costituisce quasi una summa di tutte le problematiche animaliste, da quelle strettamente filosofiche, come l'analisi e in molti casi la confutazione delle posizioni di Tommaso, Cartesio e Kant, a quelle concrete quali la vivisezione, gli allevamenti intensivi, la caccia alle balene e la conservazione della diversità biologica. Regan condivide con Singer l'idea di base che gli animali hanno rilevanza morale diretta, ma non accetta la prospettiva utilitaristica, non ritenendola idonea a tutelare gli animali in tutte le circostanze, in quanto sempre aperta al calcolo utilitaristico dei maggiori benefici e comunque troppo legata a considerazioni antropocentriche. Esiste invece, secondo lui, la teoria dei diritti per cui:
Ciò che importa, secondo Regan, non sono le valutazioni in termini di conseguenze apportatrici di felicità, bensì la possibilità di attribuire ad una certa categoria di esseri, umani e non, un valore intrinseco. Per stabilire se anche agli animali possa essere applicata la teoria dei diritti, il filosofo americano inizia formulando una distinzione tra agenti morali e pazienti morali. I primi, rappresentati dagli esseri umani adulti e normali, sono dotati di razionalità, responsabilità ed autocoscienza e, pertanto, sono in grado di compiere azioni seguendo le proprie scelte etiche. I pazienti morali, invece, non sono in grado di formulare dei principi morali e pertanto non sono nemmeno responsabili dei danni che i loro comportamenti possono provocare. All'interno della categoria dei pazienti morali è, inoltre, possibile fare un'ulteriore distinzione tra
Secondo Regan in quest'ultima categoria rientrano, tra i membri del genere umano, i neonati e tutti coloro che presentano delle menomazioni o deficienze mentali e psichiche, che tuttavia abbiano conservato un certo livello di sensibilità e di facoltà cognitive, mentre per quel che riguarda gli altri animali, vi rientrano sicuramente tutti i mammiferi di età superiore ad un anno. E questi pazienti morali, pazienti nel senso che sono destinatari dell'agire morale altrui, devono essere considerati, al pari degli agenti morali, come soggetti-di-una-vita, ovvero in grado di condurre una vita che può essere migliore o peggiore per loro stessi e rendersene conto:
Esistono inoltre due tipi di teorie che riguardano il comportamento degli agenti morali nei confronti dei pazienti morali: quelle dei doveri diretti e quelle dei doveri indiretti.
Regan ritiene che da un punto di vista etico noi abbiamo dei doveri diretti verso gli animali e che in conseguenza di ciò possiamo identificare un principio morale, definito del danno, che può essere applicato sia agli agenti che ai pazienti morali.
Per dimostrare che non abbiamo doveri diretti solo nei confronti degli agenti morali, Regan introduce il concetto di "valore inerente" che costituisce la parte più originale della sua teoria:
Nella filosofia kantiana, che rappresenta la versione più classica di etica deontologica, il fondamento per assegnare valore inerente ad un essere è l'autonomia, propria dei soli umani, unici agenti morali. Ma se seguiamo Kant nell'attribuire valore inerente ai soli agenti morali, avremo problemi nel giustificare il nostro rispetto per tutti quei membri appartenenti alla nostra specie che risultano incapaci di agire come agenti morali. E' dunque ragionevole aspettarsi che almeno una della caratteristiche e delle facoltà su cui è fondato il valore inerente si trovino in qualche misura anche nei non umani. E secondo Regan, che intende fornire una versione moderna ed interspecifica di etica deontologica, di un'etica cioè che consideri kantianamente anche gli animali come fini, sono allora possessori di tale valore tutte quelle creature che sono in grado di rendersi conto se stanno meglio o stanno peggio a causa delle azioni altrui. Perciò
Quindi
tutti i soggetti-di-una-vita in quanto tali sono dotati di valore
inerente, e hanno quindi il diritto basilare ad essere rispettati nella
loro natura, nella loro costituzione psico-fisica, il diritto a seguire la
vita che la loro natura consente, senza venire ostacolati volontariamente
da nessuno.
L'etica della responsabilità umana.
L'etica della liberazione animale, come abbiamo visto, avrebbe la pretesa di far parte del più vasto e generale movimento di emancipazione, di progressivo allargamento delle frontiere morali ad altri soggetti. Ma la domanda che sorge spontanea è fino a che punto tale analogia regge, infatti come fa notare Luisella Battaglia
In generale la questione animale viene connessa al possesso di una "natura", di un valore "inerente" o al riconoscimento di interessi legati alla capacità. La lotta per i diritti, in questo contesto, viene dunque collegata a una rivoluzione futura, in cui gli animali saranno liberati dalla schiavitù umana. Ma non è in verità necessario estendere i diritti ai non umani al fine di sostenere che possiedono un valore intrinseco e meritano protezione, giacché è possibile parlare del rispetto dovuto alle entità viventi a tutti i livelli. Il concetto di rispetto ha il pregio, rispetto a quello di diritto, di portare minori difficoltà concettuali e normative, ed inoltre, per chi non condivide le tesi estreme dell'egualitarismo interspecifico, un discorso che faccia leva sulle responsabilità umane può configurarsi come un'alternativa ragionevole e praticabile. Così, accanto all'etica della liberazione animale ed a quella dei diritti, si sono venuti delineando recentemente approcci meno estremi che si possono ricondurre a talune forme di etica della responsabilità umana. Si intende porre il problema del valore delle varie forme di vita organica per arrivare ad una visione globale, che consenta di bilanciare adeguatamente i doveri verso gli uomini, gli animali e la natura. Si attribuisce un'importanza prioritaria alla nozione di responsabilità umana nei confronti degli altri esseri, con un significativo ridimensionamento del rilievo della nozione del diritto, centrale invece, nell'impostazione emancipazionista. E non è rara la critica allo stesso concetto di diritto che viene considerato inapplicabile alla sfera dei non umani in quanto è un concetto propriamente umano, assente fra le altre specie. Questa è ad esempio la posizione di John Passmore, quando dice che
Secondo Passmore il riconoscimento di regole nei confronti delle altre specie significa che sono gli uomini che hanno perso taluni diritti, non che gli animali ne hanno acquistati, in quanto non possono averne dato che non appartengono alla società umana. Egli riconosce che dal punto di vista ecologico l'uomo costituisce un'unica comunità biotica con le piante, la terra e tutti gli altri esseri viventi, ma solo nel senso del ciclo vitale che coinvolge tutti. Il fattore caratteristico di una comunità è per lui la comunanza di interessi e il riconoscimento di un impegno reciproco tra i suoi membri e
Tuttavia sostiene anche la necessità di abbandonare la dottrina per cui l'uomo, nei suoi rapporti con la natura non è soggetto a censura morale, in quanto una responsabilità morale ricade su chiunque distrugga. Solitamente Passmore viene criticato in questi suoi ragionamenti, perchè si richiama a una nozione troppo schematica di comunità trasponendo meccanicamente alla comunità biotica le regole ritenute valide per la comunità umana. Inoltre per sostenere la tesi dell'assenza di comuni interessi fra umani ed altre specie si avvale di un esempio estremo (rapporto uomo/batterio) e quindi poco rappresentativo, considerandolo invece paradigmatico. Un'impostazione sostanzialmente riconducibile a un'etica della responsabilità umana è presente anche in Mary Midgley, autrice di numerosi saggi sulle relazioni uomo-animale, come Beasts and Men del 1979 e Animals and Why they Matter del 1983, tradotto in Italia col titolo Perché gli animali. L'autrice parte dalla constatazione che la competizione tra la specie umana e quella animale per l'appropriazione del territorio e delle risorse è ormai finita. L'uomo è divenuto il dominatore quasi assoluto e fornito di mezzi tecnici tali da essere in grado di distruggere tutta la vita animale del pianeta (compresa quella umana). Il che rende doveroso, secondo Mary Midgley, un ripensamento del nostro rapporto con gli animali atto a superare la cosiddetta "esclusione assoluta", vale a dire l'idea che gli animali non hanno diritto ad alcuna considerazione morale. Tuttavia la Midley sostiene che una certa dose di specismo è comprensibile. Il legame di specie è forte, la preferenza naturale per i propri simili esiste, ma ha un fondamento biologico, non culturale. La Midley cerca di elaborare un percorso intermedio tra la posizione di Singer e Regan, l'egualitarismo interspecifico, e la posizione tradizionale che identifica nella specie umana il confine ultimo di ogni considerazione morale. Esistono dei legami di affinità all'interno delle varie specie che non vanno sottovalutati, ma occorre gettare un ponte tra di esse, anche in considerazione del fatto che tra l'uomo e gli animali sono sempre esistiti, oltre ai rapporti di conflitto, quelli di compenetrazione. La salvezza dell'uomo è legata a quella di tutti gli altri esseri viventi e va vista inserita nella biosfera, nell'ecosistema globale. Fra le varie teorie etiche finora analizzate possiamo trovare notevoli differenze. Infatti, mentre nell'etica della liberazione animale e nella teoria dei diritti si compie il tentativo di vanificare la nozione stessa di specie, bollandola come pregiudizio ingiustificabile, l'etica della responsabilità umana recupera tale concetto, opponendosi alla considerazione degli animali come persone ed elaborando una visione dell'uomo come membro della comunità biotica, parte di un più ampio sistema ecologico, tale quindi da sostenerne i doveri. Comune alle tre impostazioni è il rifiuto dell'antropocentrismo assoluto, come modello ideologico inteso a legittimare comportamenti di oppressione e di sfruttamento nei confronti degli animali. Tuttavia essenzialmente diversi sono gli esiti, infatti mentre nei primi due indirizzi, anche se in misura differente, l'antropocentrismo viene respinto come approccio globale che subordina gli interessi animali a quelli umani e li fa divenire mezzi ad uso e consumo di questi, nel terzo indirizzo l'antropocentrismo viene solo corretto, e se ne offre una visione moderna, accettabile, illuminata: l'uomo non è dominatore assoluto della natura, ma suo custode. Emerge in questo modo una differenza cruciale relativa allo statuto stesso degli animali non umani considerati come titolari di diritti (Regan), o portatori di interessi (Singer), o come destinatari di doveri (Passmore e Midgley). Luisella Battaglia in Etica e diritti degli animali sottolinea come
Luisella Battaglia si domanda se però sia realmente inevitabile l'alternativa tra l'animale umanizzato (ovvero elevato a persona come in Singer e Regan) o deificato (retrocesso a mero oggetto). Pare infatti che finora l'unica strada tentata per sottrarre l'animale allo stato di oggetto sia stata quella di renderlo simile all'uomo e quindi di antropomorfizzarlo. Il quesito fondamentale con cui confrontarsi sarà allora quello di comprendere se sia veramente necessario essere simili all'uomo per meritare rispetto. Forse si dovrebbe invece ripensare il concetto stesso di animalità, visto tradizionalmente in modo negativo, e recuperarne la specifità. Così come dice Luisella Battaglia che ritiene che
Tratto da: http://www.italica.it/olga/filosofia%20contemporanea.htm
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