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FILOSOFIA E DIRITTI ANIMALI |
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L'ETICA PRATICA DI PETER SINGER
La più stretta collaboratrice del filosofo australiano ripercorre le tappe del suo pensiero e del suo impegno etico-politico
"Si comincia con sei conigli albini. Si prende ciascun animale e si controlla che i suoi occhi siano in buone condizioni. Poi, tenendo saldamente l'animale, si distacca la palpebra inferiore da un bulbo oculare in modo che formi un piccolo invaso. In questo invaso si mettono 100 milligrammi di ciò che si vuole testare. Si tengono chiuse le palpebre del coniglio per un secondo e poi lo si rilascia. Il giorno dopo si ritorna e si controlla se le palpebre sono gonfie, l'iride infiammata, la cornea ulcerata, se il coniglio cieco da quell'occhio". Così, nel 1981, Peter Singer descriveva il test Draize. Il test, che prende il nome da John H. Draize, già capo del dipartimento pelle e tossicità della statunitense Food and Drug Administration, veniva solitamente difeso sostenendo che fosse necessario per testare le sostanze che potrebbero finire negli occhi delle persone, per proteggerle da eventuali danni. Tuttavia, per quasi tre decenni, Singer ha energicamente sostenuto che il danno che viene inflitto agli animali è spesso ignorato in modo opportunistico e non giustificabile quando si tratta di promuovere benefici per gli esseri umani.All'epoca, Singer, che era professore di filosofia in Australia presso la Monash University di Melbourne, riferiva ai lettori del quotidiano The Age di un annuncio del gigante della cosmetica Revlon che dichiarava l'investimento di 750.000 dollari per una ricerca che avrebbe consentito di testare nuovi cosmetici senza l'uso di animali. Singer la riteneva un'importante vittoria non solo per il leader della campagna statunitense contro la Revlon, Henry Spira, e per l'allora ancor giovane movimento di liberazione animale, ma anche un primo passo verso l'eguale considerazione degli interessi di tutti gli animali senzienti. Dopo tutto, Singer chiedeva: "Non abbiamo forse già abbastanza cosmetici?" e in che senso " può essere 'necessariò un test doloroso sull'occhio di un coniglio se il prodotto stesso è evidentemente non necessario?". Quasi certamente Peter Singer è il meglio conosciuto e il più letto di tutti i filosofi contemporanei. Come hanno sostenuto Dalie Jamieson e Colin McGinn, è anche uno dei più influenti; è colui che ha cambiato più vite di qualsiasi altro filosofo del ventesimo secolo. Il suo libro del 1975, Liberazione animale, tradotto in tredici lingue, ha venduto più di mezzo milione di copie. Ha convertito molti lettori, altrimenti disinteressati, in vegetariani e addirittura in attivisti per i diritti animali. Senza contare le seconde edizioni, il cinquantacinquenne Peter Singer ha fino a oggi scritto, scritto in collaborazione, curato, o curato in collaborazione trenta libri, ha prodotto un video-documentario, ha scritto qualche centinaio di articoli e recensioni sia per pubblicazioni scientifiche che divulgative. La sola mole degli scritti di Singer da sola non può, naturalmente, spiegare l'impatto del suo lavoro; né lo possono le notevoli capacità analitiche e critiche che Singer condivide con altri filosofi meno conosciuti e meno influenti. Piuttosto, come ha notato James Rachels recensendo uno dei libri di Singer, " l’impatto degli scritti di Peter Singer è dovuto tanto al suo talento per la retorica morale quanto alla qualità dei suoi argomenti… Non conosco nessun altro scrittore il cui lavoro combini in modo così convincente analisi intellettuale e persuasione morale ". "Carestia, ricchezza e morale", una delle prime ampie pubblicazioni scientifiche di Peter Singer, scritta quando aveva solo venticinque anni, è un esempio particolarmente efficace di questo tipo di scrittura. Sebbene sia poco conosciuto al pubblico non specialistico, Gilbert Harman lo ritiene uno degli articoli più famosi scritti nel campo della filosofia morale. La sua comparsa, nel primo volume della rivista Philosophy and Public Affairs nel 1972, ha affermato il giovane Singer fra i suoi colleghi come un pensatore formidabile e rivoluzionario. Esso fornisce convincenti argomenti sulle ragioni per cui è moralmente sbagliato per le persone benestanti godere della propria ricchezza e delle propria comodità mentre altri, in parti lontane del mondo, muoiono per mancanza di cibo e di altri beni necessari alla sopravvivenza. Sfidava i lettori a cambiare radicalmente le proprie abitudini e il proprio stile di vita. Per Singer non si trattava di una questione di carità, cioè di nutrire i mendicanti con le briciole che cadono dalle nostre tavole piene, ma di donare fino a raggiungere il punto di utilità marginale, cioè, il punto "in cui donando di più provocheremmo a noi stessi e alle persone che dipendono da noi sofferenze almeno uguali a quelle che impediremmo in Bangladesh". Nel leggere l'articolo, sostiene James Rachels, "si avverte interesse intellettuale per l'argomento, ma anche colpa per non avere dato più denaro per alleviare la fame". Una speciale provocazione veniva rivolta ai filosofi, che, sosteneva Singer, dovrebbero non solo dare materialmente come chiunque altro, ma anche prendere posizione su importanti questioni pratiche, come la fame nel mondo. "Se la filosofia ha a che fare con questioni rilevanti sia per i docenti che per gli studenti, allora siamo in presenza di un tema che i filosofi dovrebbero discutere". I riverberi dei potenti argomenti di Singer in quell'articolo possono essere avvertiti ancora oggi. Già allora "convinto dell'essenziale correttezza e dell'enorme importanza delle principali idee del saggio", Peter Unger, oggi professore di filosofia alla New York University, riconosce al "pensiero di Singer… più che a quello di qualsiasi altro filosofo contemporaneo" di avere influenzato il libro Living High and Letting Die: Our Illusion of Innocence, che scrisse due decenni e mezzo più tardi. Tuttavia gli scritti di Peter Singer non sono sempre ben accolti. Le sue idee principali, e il modo non apologetico e diretto con cui le esprime, sono frequentemente considerati non solo una provocazione intellettuale e pratica, ma anche una minaccia. Scritti in una prosa chiara, libera dal gergo filosofico e da rassicuranti vaghezze, gli scritti di Singer minacciano valori e convinzioni familiari, inclusa la convinzione per cui avremmo diritto di disporre del nostro denaro come meglio crediamo e di mangiare quel che vogliamo. Mangiare carne, dice Singer ai suoi lettori, non è uno degli innocenti piaceri della vita, ma implica una complicità nell'infliggere gravi sofferenze agli animali allevati negli allevamenti industriali; comporta distruzione ambientale, inquinamento e degrado. Tracciando un profilo di Peter Singer per la rivista australiana Independent Monthly, Michael Duffy racconta di essersi sentito a lungo moralmente a disagio nel mangiare carne, ma di avere fino a allora liquidato con successo il pensiero di smettere con "spiritosaggini sulle polpette di lenticchie e i diritti dei vegetali": "Ciò spiega perché il mio cuore ha ceduto subito dopo che ho cominciato a lavorare a questo articolo. Una volta che si è saliti sul treno utilitarista di Singer è difficile negare che il vegetarianismo sia uno dei suoi punti di arrivo… Sembra difficile utilizzare la ragione (senza l'assistenza della religione) per giustificare gli orrori degli allevamenti intensivi". Singer è stato il bersaglio di molti attacchi obbrobriosi, maligni, e anche offensivi, specialmente a causa delle sue provocazioni alla cosiddetta dottrina della sacralità della vita umana. Secondo Singer, quel che è importante non è se una vita è umana o non umana; piuttosto, da una prospettiva etica ciò che è rilevante sono gli interessi e le capacità posseduti da un essere. Basandosi sul principio di eguale considerazione degli interessi, Singer argomenta contro lo status privilegiato degli umani e la tradizionale assunzione secondo cui, semplicemente perché siamo umani, siamo giustificati a non tenere conto degli interessi degli animali non umani, quando entrano in conflitto con i nostri. Comportarsi così, sostiene, è "specismo", cioè un egoismo di specie affine al razzismo. Per Singer, come per il suo antenato intellettuale, l'utilitarista classico Jeremy Bentham, "Da una prospettiva etica, siamo tutti nella stessa posizione, tanto che ci stiamo su due piedi, o su quattro, o su nessuno". Oggi il razzismo è universalmente condannato e il giovane Singer era fiducioso che presto sarebbe accaduto lo stesso anche per lo specismo.Il principio di uguale considerazione degli interessi non implica, naturalmente, che tutte le vite abbiano uguale valore - che la vita della lattuga abbia lo stesso valore della vita di un essere umano adulto normale. Piuttosto, sostiene Singer, quel che è importante è se un essere ha la capacità di sperimentare dolore e felicità, e i tipi di stato mentale che lo rendono una "persona" con un diritto alla vita. Come spiega Singer in "Killing Humans and Killing Animals", se la capacità di un essere di provare dolore lo rende degno di considerazione morale, è solo nel caso delle persone, cioè di esseri con la capacità mentale necessaria a rappresentare se stessi come esistenti nel tempo, che l'uccisione è direttamente sbagliata. Mentre tutti gli esseri umani normali e adulti e alcuni animali non umani, come le grandi scimmie, sono persone, molti animali e alcuni esseri umani, come i neonati e chi ha seri danni cerebrali, non sono persone in senso morale. La loro capacità di provare dolore li rende degni di considerazione morale, ma ucciderli senza dolore non è di per sé sbagliato. Questa idea ha implicazioni a ampio raggio. Mentre sarà spesso sbagliato, per esempio, impiegare animali sani nella ricerca, potrebbe non essere sbagliato utilizzare per questi scopi neonati anencefalici o pazienti in stato vegetativo persistente. Si aggiunga a ciò il rifiuto di Singer dell'argomento di potenzialità e il suo abbandono della rilevanza morale della distinzione fra uccidere e lasciar morire, e si ha una posizione che scuote le fondamenta più profonde della concezione della santità della vita umana. Non solo gli embrioni umani, i feti, e i neonati sono privi del "diritto alla vita", ma spesso sarà meglio, ritiene Singer, per un neonato gravemente disabile, che non è voluto dai suoi genitori, essere ucciso piuttosto che essere lasciato morire lentamente e in condizioni penose. I neonati sono sostituibili, e "il principio di sostituibilità permette [ai genitori] di uccidere il neonato malformato e di procedere con un'altra gravidanza". Esposta in questo modo e decontestualizzata, la posizione di Singer è apparsa a molti come troppo scioccante e estrema per essere degna di seria considerazione. Ma è davvero così scioccante e estrema? Singer non è il solo a pensare che i neonati e alcuni altri esseri umani non siano persone e non abbiano diritto alla vita e che la potenzialità di un embrione o di un neonato di diventare un giorno una persona sia in se stessa moralmente irrilevante per il modo in cui deve essere trattato. Molti filosofi contemporanei condividono queste idee. Molti filosofi contemporanei condividono con Singer anche l'idea che la distinzione fra uccidere e lasciar morire non abbia un intrinseco significato morale. E ancora: a causa dell'enorme potenziale della medicina moderna di mantenere i pazienti in vita, è divenuto comune nella pratica medica, talora con il sostengno della legge, permettere di morire a alcuni pazienti malati senza speranza, o di accelerare la loro morte. L'aborto è oggi ampiamente permesso e in molti paesi è regolato dalla legge; anche la sperimentazione che comporta la distruzione di embrioni sta diventando un'opzione accettata. In altre parole, Peter Singer non è il primo o il solo a suggerire che la dottrina della sacralità della vita - ampiamente già minata nella pratica - sia una "malata terminale". Tuttavia è soprattutto Singer - non i suoi colleghi filosofi, medici o giudici - a aver attirato l'indignazione di persone offese, di varie comunità, come quella dei disabili, e di alcuni filosofi. Perché? Ci sono varie ragioni. Singer non si limita a articoli di ricerca, ma spesso parla in pubblico, scrive per varie riviste, fra cui quelle mediche, e per la stampa divulgativa. Inoltre, come è già stato notato, i suoi scritti sono sempre chiari e accessibili e talora deliberatamente provocatori. Debra Galant, scrivendo per il New York Times, descrive Singer come un pensatore che "è coerente, chiaro e tanto sottile quanto un carroarmato che passa sopra una sedia a rotelle". Potrebbe essere un'esagerazione, ma Singer ama "pungolare comode convinzioni" e si colloca esplicitamente nella tradizione socratica, che vuole che sia compito dei filosofi mettere in discussione le convinzioni basilari del proprio tempo. Singer è bravo in questo compito. Rimuove le foglie di fico dovunque le trova e rivela quel che c'è nascosto sotto di esse. A volte alle persone non piace quel che vedono, distolgono lo sguardo e chiudono le loro menti. Nessuna meraviglia, quindi, che Singer - spesso non letto e citato a sproposito - provochi forti reazioni. Idolatrato dai membri del movimento di liberazione animale, Singer è talora trattato in modo irrispettoso e con disprezzo da coloro che ritengono di abitare un differente universo morale. L'arcivescovo di Melbourne, George Pell, a esempio, ha definito Singer "il ministro della propaganda di Erode", e il Wall Street Journal lo ha affiancato al vice di Hitler, Martin Bormann.22 Nei paesi di lingua tedesca, dove le discussioni sulle decisioni mediche alla fine della vita sono ancora condotte nel ricordo degli orrendi programmi di sterminio della Germania nazista, Singer - egli stesso figlio di ebrei austriaci - è stato zittito e assalito fisicamente e, in seguito a minacce di azioni violente, la grande casa editrice tedesca Rowohlt ha cancellato l'uscita di una traduzione tedesca del libro Should the Baby Live?, che era stata quasi completata. Più recentemente, quando fu annunciata la candidatura di Singer a essere il nuovo Ira W. De Camp Professor of Bioethics all'università di Princeton, l'università si è trovata sottoposta all'opposizione pubblica e interna, e uno dei membri della classe del '38 ha descritto l'assunzione di Peter Singer come un riassunto del declino della civiltà occidentale. Si sarebbe ben giustificati nel rifiutare reazioni come quelle appena menzionate come irriflessive e iper-emotive, ma alcune delle preoccupazioni che le fondano sorgono anche al livello della teoria etica e formano la base della critica agli scritti di Singer da parte dei suoi colleghi. Il lavoro di Peter Singer è ampiamente e apertamente riformatore. Come si esprime nel suo articolo "Philosophers are Back on the Job", apparso nel 1974 sul New York Times Magazine, "le posizioni morali dovrebbero essere discusse e argomentate, non accettate in base all'autorità di Dio o di un dio-professore". Né dovrebbero, secondo Singer, tenere troppo in considerazione le intuizioni morali delle persone: "nessuna conclusione su ciò che dobbiamo fare può essere validamente dedotta da una descrizione di ciò che la maggioranza della gente nella nostra società pensa si debba fare". Piuttosto, Singer non ha mai dubitato della sua convinzione per cui si dovrebbe partire da "assiomi fondamentali indubitabili" e seguire i principi morali ovunque ci portino. Il semplice fatto che ciò ci condurrà talora a conseguenze che sono contrarie alle nostre intuizioni morali non è, per Singer, una valida ragione per cambiare le nostre idee morali: "Se abbiamo una teoria morale fondata in modo convincente dobbiamo essere preparati a accettarne le implicazioni anche se ci spingono a cambiare le nostre convinzioni morali su questioni importanti. Se si dimentica questo punto, la filosofia morale perde la sua capacità di generare una critica radicale degli standard morali prevalenti e serve solo per conservare lo status quo". Molti filosofi contemporanei considerano questo approccio metodologico e l'utilitarismo che lo sorregge sorpassati e ispirati a principi sbagliati. Oggi si sostiene spesso che un approccio imparzialista, massimizzante e fermamente ancorato a principi è incapace di confrontarsi con le complessità della vita umana, che non può rendere conto in modo sufficiente delle emozioni, dell'integrità personale, che è "maschile" e non prende in considerazione le esperienze morali delle donne e che è troppo austero e esigente. Ci chiederebbe, a esempio, di dare a coloro che sono distanti da noi la stessa considerazione morale che diamo a coloro che ci sono vicini (nei vari significati di questo termine). Singer ha dato molto peso all'imparzialità. Come ha scritto in "Carestia, ricchezza e morale", "Se accettiamo un qualunque principio di imparzialità, di universalità, di uguaglianza, o altro, non possiamo discriminare qualcuno solo perché è lontano da noi (o noi lontani da lui)". Ciò colloca indubbiamente Singer nella tradizione di William Godwin, il quale oggi viene ricordato soprattutto per il suo rifiuto delle considerazioni parzialiste. Scrivendo circa 200 anni fa, Godwin riteneva che la moralità consistesse nell'agire in modo da causare il maggiore beneficio possibile, considerato da un punto di vista imparziale. In questo contesto formulò un esempio che era destinato a divenire famoso. Se si può salvare da una casa in fiamme solo una persona su due, Godwin riteneva che "si deve preferire la vita che più può condurre al bene generale". Nel suo esempio, ciò significava che l'illustre arcivescovo Fénelon - i cui scritti davano felicità a milioni di persone - avrebbe dovuto essere salvato, piuttosto che la sua cameriera. Godwin quindi proseguiva nel chiedersi se la situazione sarebbe cambiata se la cameriera fosse stata la moglie o la madre del soccorritore e concludeva che non avrebbe dovuto essere così. Con un'espressione famosa si chiese: "Cosa c'è di magico nel pronome 'mio da cambiare le decisioni della verità eterna?". Alcuni commentatori hanno trovato le conclusioni di Godwin mostruose, e gli scritti di Singer dal canto loro hanno suscitato reazioni analoghe. Come Godwin, Singer ha talvolta scritto come se credesse fermamente che la moralità richieda un incorrotto punto di vista imparzialista e massimizzante - il che significa che dovremmo lasciare bruciare nostra madre, in circostanze in cui il salvataggio di un Fénelon dei giorni nostri massimizzasse l'utilità. Tuttavia, basandosi sulla concezione dell'utilitarismo a due livelli sviluppata da R. M. Hare, uno dei più importanti teorici dell'etica del ventesimo secolo, nei suoi scritti successivi Singer ha chiarito che tale approccio deve essere un po' moderato per catturare la complessità di quegli elementi che contribuiscono alla felicità umana e alla vita buona. Oggi sostiene esplicitamente che sarebbe un errore chiedere alle persone di rigettare tutte le considerazioni parzialiste. Piuttosto sarebbe meglio coltivare abitudini e disposizioni che prendano in considerazione i sentimenti profondi delle persone, come l'amore e l'attaccamento per i propri genitori, figli, mogli, mariti, amanti e amici, riconoscendo allo stesso tempo che da un punto di vista critico e imparzialista un'azione differente sarebbe stata migliore. Così scrive in "William Godwin and the Defence of Impartialist Ethics": "In definitiva è da un punto di vista agente-neutrale che determiniamo se un'azione è giusta; ma è un errore concentrarsi sempre sulla giustezza delle singole azioni, piuttosto che sulle abitudini o sui modi di pensiero intuitivi che ci si può aspettare facciano il maggior bene, nel corso di una vita". In altre parole, Singer argomenta in favore di quello che definisce un "imparzialismo moderato", un imparzialismo che non ci richiede di essere imparzialisti nella vita quotidiana. Al livello intuitivo, non ci sarebbe richiesto di salvare Fénelon piuttosto che nostra madre, perché per diventare il tipo di persona che lascerebbe la propria madre fra le fiamme, "dovremmo abbandonare troppe altre cose importanti". Ciò significa, per Singer, che "la sola posizione sostenibile è quella che riconosce l'importanza di entrambi gli elementi", cioè parzialismo e imparzialismo. Singer applica un analogo utilitarismo moderato alla questione dell'allocazione delle risorse scarse. Mentre l'utilitarismo sembrerebbe sostenere, a prima vista, un approccio direttamente massimizzante, Singer rileva che la faccenda potrebbe essere più complicata: "Dal punto di vista dell'utilità totale c'è più dei QALY (Quality Adjusted Life Years) sanitari, ed è plausibile supporre che indirizzare il bilancio dell'assistenza sanitaria verso i membri più svantaggiati della società rinforzi i sentimenti di attenzione e simpatia e conduca a una società più compassionevole. Questa a sua volta potrebbe essere una società con più sentimenti comunitari e quindi una società che garantisca un livello di benessere generale più elevato di una società meno compassionevole". Naturalmente il problema è se un utilitarismo così sofisticato possa mantenere la sua forza riformatrice e, in definitiva, se questa teoria possa essere ancora definita propriamente utilitarista. Peter Singer non si è impegnato a fondo in questa discussione. In effetti è sempre stato un po' insofferente verso le questioni teoriche più astratte. Come qualcuno ha osservato una volta, non è un filosofo per filosofi, e, a esempio, ammette sinceramente di non avere dato al mondo una nuova teoria etica. Il suo contributo alla disciplina - sostiene - consiste nell'attenzione che ha dedicato a specifiche questioni praticamente rilevanti. Singer ha sempre trovato la metafisica un po' arida. Domande del tipo "come sappiamo che c'è un tavolo dinanzi a noi?", dice, "possono essere dibattute per un bel pezzo". Ma nel frattempo nel mondo c'è inutile sofferenza non alleviata e milioni di persone muoiono. Alcuni filosofi, come Socrate, Machiavelli, Adam Smith e Karl Marx hanno cambiato il mondo, sostiene Singer, ma i filosofi del ventesimo secolo si sono spesso dedicati a preoccupazioni intellettuali astratte - spesso sterili. Già quand'era un giovane filosofo, sentiva che "la filosofia era un'occupazione troppo distaccata e remota, e non avrei potuto trascorrere la mia vita nel dedicarmi a essa. Il problema era se sarebbe cambiata o se ero io a dover cambiare. Fortunatamente cambiò lei". Alcuni dei titoli dei primi scritti di Singer suonano un po' astratti e filosofici, ma è un'apparenza ingannevole. Anche allora le preoccupazioni erano pratiche. Nel suo articolo del 1973 "The Triviality of the Debate over 'Is-Ought' and the Definition of Moral'", come Singer ha di recente spiegato, l'obiettivo era affermare "che i dibattiti che allora dominavano la filosofia morale, sulla possibilità di dedurre un "deve" da un "è" e sul modo appropriato di definire "morale", erano solamente terminologici e quindi banali. Suggerii che invece di perdere tempo in questi dibattiti avremmo potuto semplicemente stipulare che cosa si dovesse intendere con i termini morali e quindi passare a esaminare questioni più importanti". Un'analoga motivazione pratica sembra essere stata alla base della pubblicazione del 1974 "Sidgwick and reflective equilibrium". Per Singer era necessario chiarire che c'erano reali pericoli nel seguire John Rawls (che aveva da poco pubblicato il suo famoso “Una teoria della giustizia”) nel considerare i giudizi morali particolari come dati su cui verificare le specifiche teorie morali. Per Singer, impegnato a cambiare il mondo, un tale approccio sarebbe stato troppo acritico e conservatore. I giudizi intuitivi - scriveva - "è probabile che siano derivati da sistemi religiosi abbandonati, da concezioni obsolete del sesso e delle funzioni corporee, o da usanze necessarie per la sopravvivenza del gruppo in circostanze sociali e economiche che appartengono al passato remoto". Contrapponendo l'utilitarista Henry Sidgwick a Rawls, Singer concludeva che "sarebbe meglio dimenticarsi del tutto dei nostri specifici giudizi morali" e procedere come fece Sidgwick: "cercare gli assiomi morali fondamentali e a partire da essi costruire una teoria morale". Peter Singer non teme di andare dove la sua teoria e i suoi assiomi morali lo hanno condotto - tanto in senso teorico quanto in senso pratico. In passato, questo ha significato un'azione politica e sovversiva. In Australia, utilizzando la sua autorevolezza per indirizzare l'attenzione della società su importanti questioni pratiche, Singer ha manifestato nelle strade di Melbourne, seduto in una gabbia per rendere evidente la condizione delle galline d'allevamento, e è stato arrestato in un allevamento intensivo di maiali, in parte di proprietà dell'allora primo ministro, Paul Keating. Come disse all'epoca ai mezzi di informazione, l'allevamento non dava agli animali spazio per muoversi e camminare liberamente, non dava loro accesso ai pascoli e a giacigli confortevoli, e i maiali erano sottoposti abitualmente a mutilazioni, inclusi l'amputazione della coda, il taglio delle orecchie e la limatura dei denti. "Dal momento che Paul Keating è il nostro leader nazionale, la condizione dei suoi maiali è propriamente un problema nazionale". Singer è nato a Melbourne nel 1946, figlio di immigrati ebrei benestanti, che avevano lasciato la nativa Austria nei tardi anni 30 del '900. Ha frequentato prestigiose scuole private cristiane e progressiste e ha rifiutato qualsiasi forma di religione a un'età relativamente giovane. A scuola e all'università aveva buoni risultati, e dopo aver abbandonato lo studio della giurisprudenza per la filosofia, si è diplomato all'università di Melbourne con un Master Degree nel 1969, all'età di 23 anni. In un'imponente tesi di 246 pagine, Singer esaminava la questione "Perché dovrei essere morale?" - una domanda che avrebbe continuato a impegnarlo per molti anni a venire. All'epoca Singer raggiunse malvolentieri la conclusione che la domanda "nonostante la sua antica importanza, deve ancora trovare una risposta". Nella misura in cui essere morali è in conflitto con l'auto-interesse razionale, gli rimaneva oscuro perché un individuo dovesse scegliere la moralità piuttosto che l'immoralità. Nell'ultimo capitolo di Etica pratica Singer è ritornato sul problema e in How Are We to Live? e "Coping with global change: the need for new values", sostiene che sebbene l'egoista non commetta un errore in senso stretto, ci sono tuttavia buone ragioni per consigliare alle persone di scegliere la moralità piuttosto che l'immoralità. La ragione è che è più probabile che siano felici. Una vita dedicata all'acritica ricerca dell'autointeresse, sostiene Singer, spesso non sarà appagante. Tendiamo a ritenere che l'etica sia opposta all'autointeresse, ma questa idea può ben essere sbagliata. Come spiega: "Il perseguimento dell'auto-interesse, come è comunemente inteso, è una vita senza significato oltre il nostro piacere o la soddisfazione individuale. Una tale vita è spesso un'impresa fallimentare. Gli antichi erano a conoscenza del "paradosso dell'edonismo", secondo cui più esplicitamente ricerchiamo il nostro desiderio o piacere, più elusiva troveremo la sua soddisfazione… Qui l'etica ritorna a completare il nostro quadro. Una vita etica è una vita in cui noi identifichiamo noi stessi con altri e più ampi obiettivi, dando in tale modo significato alle nostre vite. Se comprendiamo tanto l'etica quanto l'autointeresse in modo proprio, dopo tutto essi potrebbero non essere agli opposti". Ma cosa significa condurre una "vita etica"? Implica, come sembrava suggerire "Carestia, ricchezza e morale", che dobbiamo abbandonare ogni cosa - denaro, tempo, i nostri progetti e piani di vita - fino al livello di utilità marginale? La risposta per Singer è, ancora una volta "sì", ma il "sì" oggi suona un po' più smorzato che in passato. Anche se quel che ci è richiesto a rigore è di donare fino al punto in cui è davvero oneroso, Singer non biasimerebbe coloro che fanno qualche sforzo laddove altri fanno meno. Come ha di recente spiegato, "gli americani benestanti che donano solo il dieci per cento del loro reddito a organizzazioni di aiuto internazionale sono così al di sopra della maggior parte dei loro concittadini altrettanto benestanti che non mi preoccuperei di rimproverarli perché non fanno di più". Tuttavia, rimane il fatto che molti di noi potrebbero e dovrebbero dare molto più di quello. "Gli psicologi evolutivi ci dicono che la natura umana semplicemente non è sufficientemente altruistica da rendere plausibile che molte persone si sacrifichino così tanto per degli sconosciuti. Potrebbero avere ragione in merito ai fatti sulla natura umana, ma potrebbero avere torto a dedurre conclusioni morali da quei fatti… Se non lo facciamo, allora dovremmo almeno sapere che stiamo mancando di vivere una vita moralmente decente - non perché è bene crogiolarsi nella colpa ma perché sapere dove dovremmo andare è il primo passo per dirigerci in quella direzione".Più generalmente, Peter Singer, la cui etica ha sempre riconosciuto l'importanza dei fatti, ha recentemente rinnovato l'idea che le prescrizioni etiche e le aspirazioni politiche debbano tenere molto in considerazione la natura umana. Marx aveva ragione quando pensava che la natura umana fosse malleabile, ma essa è meno malleabile di quanto lo stesso Marx pensasse; piuttosto, come hanno mostrato Darwin e i suoi seguaci, la natura umana è intagliata nel solido legno dall'evoluzione e non può essere facilmente modellata da istituzioni sociali e artifici, come la sinistra ha tradizionalmente creduto. Ma, Singer sottolinea, gli esseri umani si sono evoluti non solo come esseri egoisti, ma anche come esseri con la capacità per un (limitato) altruismo. La sinistra, impegnata nel cambiamento sociale, deve, suggerisce Singer, prestare più attenzione a Darwin e alle nostre propensioni naturali - guidando la nostra potenzialità per l'altruismo, senza dimenticare alcune delle altre nostre tendenze meno ammirevoli. Singer stesso sembra meno ottimista oggi di quanto fosse nella sua giovinezza che i cambiamenti che ha previsto possano essere raggiunti. Nel 1980 un titolo nel quotidiano australiano The Age affermava "La liberazione animale scuote il paese" e Singer era ancora fiducioso che la previsione che aveva fatto in Liberazione animale nel 1975 sarebbe divenuta presto vera: "Sicuramente un giorno i nostri figli sentiranno lo stesso senso di orrore e incredulità [verso il nostro trattamento degli animali] che oggi avvertiamo quando leggiamo delle atrocità delle conquiste gladiatorie romane". Da allora almeno una generazione di figli è cresciuta e, nel 1999, Singer ammetteva di essere "un po' deluso". Riconosce che i suoi scritti hanno avuto "effetto ai margini" e oggi pensa che "essi sono stati soprattutto minori": "Quando scrissi [Liberazione animale], davvero pensavo che il libro avrebbe cambiato il mondo. So che oggi suona un po' presuntuoso, ma all'epoca gli anni sessanta esistevano ancora per noi. Sembrava che fossero possibili veri cambiamenti e io credetti che questo sarebbe stato uno di essi. Tutto quel che devi fare è semplicemente camminare fino al McDonald all'angolo per vedere quanto successo ho avuto". Peter Singer è stato accusato di essere di animo freddo e eccessivamente razionale, e è vero, come Singer ha spiegato a un giornalista, che per lui la ragione viene generalmente prima dell'emozione. Quest'idea sul ruolo della ragione e della moralità nella sua vita è ben catturata nel suo contributo quasi-letterario al volume La vita degli animali: "non venirmi a dire che ragiono e non sento. Io sento, ma penso anche ciò che sento. Quando la gente dice che dovremmo soltanto sentire […] mi viene in mente Göring che diceva 'Io penso col mio sangue. Vedi dove l'ha portato". Di recente Singer è stato accusato di "pensare con il suo sangue" quando (invece di fare ciò che i suoi critici sostenevano che fosse richiesto dalla sua filosofia), non ha ucciso sua madre, che era in una fase avanzata del morbo di Alzheimer e la cui cura consumava denaro che avrebbe potuto, dicevano quei critici, essere spesi altrimenti in modo più proficuo. Singer non ha mai negato che c'è uno scarto fra quel che la ragion pura apparentemente richiederebbe che le persone facessero e quel che è praticamente fattibile, date le loro circostanze particolari in specifici contesti sociali. Pertanto la risposta alla malattia di sua madre potrebbe non essere stata il risultato di un "pensare col sangue" di Singer ma piuttosto del vivere seguendo quel tipo di utilitarismo "moderato" che incorpora diverse responsabilità relazionali e tiene conto della legge. Con uno spirito simile, Peter Singer è stato anche accusato di non vivere al livello dell'utilità marginale, ma, nonostante il suo disinteresse per alcune comodità della vita moderna, di mantenere uno stile di vita relativamente agiato. Ancora una volta, tuttavia, Singer non ha mai preteso che la sua vita soddisfacesse gli stretti dettami della sua etica. Alcuni anni fa, alla richiesta di una rivista tedesca di elencare le sue maggiori debolezze, assegnava il primo posto all'"egoismo". Tuttavia, avendo dedicato molta della sua vita ai tentativi di alleviare la sofferenza e la morte non necessaria nel mondo e dando più del venti per cento del suo reddito a organizzazioni come Community Aid Abroad, è molto probabile che Peter Singer si avvicini al suo ideale etico ben più di molti dei suoi critici, se non della maggior parte. Nel corso dei suoi ultimi due anni in Australia, prima di assumere il suo attuale incarico di professore all'università di Princeton nel 1999, i principali interessi di Peter Singer si sono fatti piuttosto introspettivi - forse come risultato delle sue concezioni meno ottimistiche circa una realistica possibilità di raggiungere un cambiamento radicale. Ha compiuto ricerche sulla vita della sua nonna materna, un'insegnante entusiasta e una figura di primo piano nella vita intellettuale di Vienna all'inizio del ventesimo secolo, prima della sua cacciata da parte dei nazisti. Anche se è improbabile che il libro che ne risulterà, ancora non pubblicato, deluda, concludo con la speranza che Peter Singer, che oggi ha la possibilità di essere non solo il più importante filosofo pratico negli Stati Uniti ma anche il più efficace, ritorni a dedicare la sua totale attenzione all'etica pratica riformatrice. Può essere spiacevole se le mura di Gerico rifiutano di cadere rapidamente, ma possono ancora crollare.
Helga Khuse Monash University, Australia traduzione dall'inglese di Simone Pollo
La Stampa - 21 Luglio 2001
Etica e animali con Singer No, il coniglio irrorato di shampoo per testarne la tossicità non è felice L’etica applicata di Peter Singer nella sua «Vita come si dovrebbe»: raccolta che vuole presentare una visione organica del suo pensiero
Peter Singer ritiene che si debba porre fine all'oppressione e allo sfruttamento degli animali non umani superando lo "specismo" sancito dalle Sacre Scritture, adottando una pratica vegetariana ed evitando la sperimentazione su cavie. Crede che gli individui dei paesi occidentali debbano destinare tutto il loro reddito superfluo (tutto ciò che non serve a soddisfare bisogni essenziali di sopravvivenza) ai poveri del Terzo Mondo. Considera equivalenti sul piano morale l'aborto e l'eutanasia attiva di neonati gravemente malformati; per lui anzi quest’ultima è senz'altro superiore alla pratica attendista (e crudele) di lasciar morire i neonati per inedia, disidratazione o infezioni non curate. Sono tesi radicali e controverse, che gli hanno dato grande popolarità e hanno anche causato deprecabili episodi di intolleranza nei suoi confronti. Così, mentre «Liberazione animale» ha venduto mezzo milione di copie, gli organizzatori di vari convegni in Germania, Svizzera e Austria sono stati costretti ad annullare gli incontri previsti per l'isterica opposizione di quanti dichiaravano Singer un nazista e volevano impedirgli di parlare. Ma Singer non è solo un attivista dotato di grande intraprendenza, fiuto e capacità di mediazione (evidente quando giudica "di vitale importanza che il movimento di liberazione animale eviti il circolo vizioso della violenza" e invita a guardarsi dal generare "un clima di tensione in cui ragionare diventa impossibile e gli stessi animali finiscono per esserne le uniche vittime"). E' anche un filosofo, ed è innegabile che la sinergia con i suoi numerosi incarichi accademici (l'ultimo, prestigiosissimo, a Princeton) e con le sue pubblicazioni "specialistiche" giovi alle posizioni sociali e politiche che difende. Indipendentemente da quel che si pensi di tali posizioni, dunque, e dal giusto sdegno suscitato da chi ne ostacola una serena discussione, è legittimo chiedersi quanto valga la sua filosofia (così come è legittimo valutare «La lista di Schindler» o «La vita è bella» in quanto film, indipendentemente dalle loro intenzioni edificanti). Ed è naturale farlo leggendo «La vita come si dovrebbe», una raccolta di saggi, conferenze, interviste e passi dei suoi libri che intende presentare una visione organica del suo pensiero. Singer è un utilitarista, convinto cioè che siano le conseguenze di un'azione a determinare se essa sia giusta o sbagliata, e che in particolare essa sia giusta se causa minor dolore e maggior piacere di ogni alternativa disponibile a tutti gli esseri senzienti che vi sono coinvolti. Per esempio, il dolore che può provocarci uno shampoo quando ci va negli occhi è senz'altro inferiore al tormento inflitto a centinaia di conigli i cui occhi vengono irrorati fino all'accecamento da litri di shampoo per verificarne il grado di tossicità; quindi tali "esperimenti" sono immorali. E' però atteggiamento comune dei filosofi, per molti addirittura definitorio della filosofia, quello di mettere in discussione i propri principi, di rilevarne eventuali difficoltà, di esaminare le obiezioni; e Singer non fa nulla di tutto questo. Dopo aver affermato che "l'etica assume un punto di vista universale" e aver concluso in fretta (e in modo alquanto dubbio) che "la posizione utilitarista è minimale, una base di partenza che si raggiunge universalizzando il processo decisionale a partire dagli interessi personali", si lancia con grande decisione a trarre lezioni operative da questa sua fede. Nonostante citi ripetutamente John Stuart Mill, non sembra apprezzare la distinzione da lui introdotta nell'utilitarismo tra quantità e qualità del piacere (e dolore), in base alla quale sarebbe meglio "essere un uomo insoddisfatto che un maiale soddisfatto". Ripete con frequenza la tesi (anch'essa di Mill) che la libertà individuale vada limitata solo in quanto "reca danno ad altri" senza mai interrogarsi sulla profonda ambiguità di quel "far male" (fa male alla comunità un drogato che sceglie liberamente di rovinarsi la salute costringendo gli altri a curarlo? fa male ai vicini chi ne offende "il comune senso del pudore"? e chi dovrebbe decidere in casi simili?). Né sembra avere alcun interesse per i paradossi dell'utilitarismo, per esempio quello del "capro espiatorio": sarebbe giusto uccidere un singolo individuo fra atroci torture se questo comportasse un'inenarrabile felicità per il resto del genere umano - o degli esseri senzienti? (Anzi, sembra abbracciare il paradosso senza problemi quando afferma che, "se costituisse l'unico mezzo per individuare una bomba atomica nascosta in una cantina di New York e programmata in modo da esplodere entro un'ora, la tortura sarebbe giustificabile".) Singer fa dell'"etica applicata"; quindi, si potrebbe dire, non sta a lui difendere i principi ma appunto applicarli. Io non sono d'accordo: se è vero che "l'etica tradizionale si sta sgretolando da tutte le parti" a causa delle innovazioni tecnologiche, soprattutto in campo medico, è anche vero che la "rivoluzione copernicana" da lui auspicata non può ("non dovrebbe") risultare dall'automatica applicazione di una ricetta universale. Ci vuole più interazione tra il piano universale e quello particolare: i principi ci devono illuminare sulle pratiche quotidiane e queste devono mettere in discussione i principi. E ci vuole, forse, meno sicurezza: per quanta simpatia io abbia per il vegetarianismo, l'aiuto ai paesi del Terzo Mondo, l'aborto e l'eutanasia, trovo assai strano che un filosofo possa dire "per me queste scelte non sono difficili".
Il Messaggero - 7 Settembre 2002
Peter Singer: «I nostri nipoti avranno orrore di noi»A Festivaletteratura il guru degli animalisti presenta il suo nuovo libro sulla qualità della vita
TRE ANNI fa la sua chiamata presso la prestigiosa Università di Princeton dove insegna Filosofia Morale, ha prodotto la più grossa disputa accademica dai tempi di Russell, difensore del libero amore. Lui, Peter Singer, cinquantaseienne filosofo e animalista, di origine australiana, chierico scomodo e carismatico che ha spesso diviso e profondamente i suoi lettori (c’è chi lo ha accusato di simpatie scientifiche di tipo nazista), è un difensore dei diritti degli animali, convinto che ogni essere senziente, umano e non umano, ha diritto a una equa considerazione morale: e il suo saggio del 1991 Liberazione animale è diventato il Vangelo - diffuso in milioni di copie - del movimento animalista internazionale. Singer è anche a favore dell’aborto e dell’eutanasia come scelta sulla qualità e non sulla santità della vita, solo un individuo può decidere se la qualità è buona. Avversario di ogni relativismo culturale, convinto del valore fondamentale dell’argomentazione razionale, utilitarista (sono le conseguenze di un’azione a determinare se essa sia giusta o sbagliata, ed è giusta se causa minor dolore), Singer a Mantova presenta l’ultimo libro La vita come si dovrebbe (Il Saggiatore, 380 pagine, 18, 59). E annunzia il prossimo di carattere autobiografico pronto per marzo del prossimo anno, con al centro la figura fondamentale del nonno il quale, come ebreo, ebbe vita difficilissima nella Vienna dell’occupazione tedesca.
Professor Singer, questa fatica che attinge abbondantemente ai temi della persecuzione ebraica, è anche una risposta (indiretta) a chi la vuole vicino alle teorie eugenetiche naziste? Come dire: guardate chi sono... «Non c’è rapporto tra il libro e la mia storia personale. Da tempo dovevo scriverlo, lo faccio solo ora perché le lettere di mio nonno, scritte in tedesco, comportano competenza in una lingua che non conosco a fondo. E’ assurdo sostenere che le mie idee siano comparabili a quelle della politica genetica nazista. Che cercò di imporre una concezione scientifica della purezza razziale alle popolazioni. Io penso che in determinate situazioni bisogna dare ai genitori la possibilità di scelta per conto dei propri figli. Le mie idee hanno un punto focale individuale, non sono totalitarie, si oppongono ad ogni concezione di tipo razzistico».
Per lei vi sono animali non umani la cui vita da qualsiasi punto di vista ha più valore di quella di alcuni uomini. Dovendo scegliere tra la vita di un uomo e quella di un animale, non sempre la scelta cade sull’uomo. In certi casi, lei dice, meglio l’animale... «Mettiamo il caso di un bambino il quale ha ricevuto un tale danno cerebrale da non riconoscere neppure la propria madre. Dall’altra parte, nel confronto, la vita di uno scimpanzé sano ha in sé tante più possibilità. In questa condizione, è degna di protezione».
Ammette la possibilità di esperimenti su uomini danneggiati fisicamente o mentalmente piuttosto che su uno scimpanzé? «Preferisco la sperimentazione condotta su un essere umano privo di coscienza, le cui analisi cerebrali dicano che non tornerà a provare dolore. Con il consenso dei familiari, meglio far soffrire lui in stato vegetativo che non lo scimpanzé in grado di soffrire davvero». Lei, in modo assai efficace, dice no al coniglio irrorato sugli occhi fino all’accecamento per provare la tossicità dello shampoo... «Sono contrario al fatto che gli animali vengano utilizzati come strumento di ricerca. Questa idea è basata su una concezione eticamente errata del modo di pensare l’animale. Essa ha alla base la convinzione che si possa esercitare violenza sugli animali, strumenti nelle nostre mani che non contano e non meritano rispetto. E’ l’idea per cui prevale l’interesse umano nei confronti dell’ animale rispetto a quello dell’animale a vivere bene e senza dolore».
Noi ignoriamo l’abuso di creature viventi che sta dietro ai cibi che mangiamo. I nostri nipoti avranno orrore di noi così come noi abbiamo orrore della atrocità degli spettacoli dei gladiatori? «Non so se saranno i nostri nipoti, o bisnipoti o trisnipoti. In futuro riusciremo però a superare l’idea dello specismo, cioè la distinzione degli esseri viventi in base alla specie. In altri termini, l’idea che gli esseri delle altre specie non siano moralmente significativi. La guarderemo con autentico orrore: perché è un orrore e determina orrori».
Il Messaggero - 7 Settembre 2002
Credete a noi, efficienza e potere minano l’anima del mondo Festivaletteratura/ incontri a mantova con James Hillman e Peter Singer
Si può partire da prospettive filosofiche diverse e trovare comunque in accordo sulle conclusioni. Succede anche questo, al Festivaletteratura di Mantova. I filosofi in questione sono Peter Singer, noto per le sue posizioni etiche radicali su una varietà di argomenti spinosi che vanno dall'uccisione degli animali, all'aborto, all'eutanasia. E James Hillman, il filosofo-psicoanalista junghiano americano, teorico di un'anima mundi che vive e respira, e della quale tutti partecipiamo. Hillman è a Mantova soprattutto per parlare, domani in conclusione di festival, delle letture che hanno influenzato la sua vita. Da poco Rizzoli ne ha pubblicato Il potere (310 pp., 16, 50 euro). «Si tratta di una critica alle principali idee che il termine contiene» - spiega lo stesso Hillman. «Solo comprendendole possiamo aumentare la nostra capacità di contrastarlo cambiando le idee. L'idea di potere» prosegue il filosofo «è a sua volta legata ad un predominio dell'economia, nuova fede ecumenica, in tutti gli ambiti della nostra vita, e conseguentemente all'idea dominante di efficienza. Si tratta di "residui del darwinismo sociale, base filosofica dell'era moderna". Ma se l'efficienza diviene l'unico obiettivo, un fine in sé, è una causa demoniaca. Il migliore esempio di efficienza è l'organizzazione dello sterminio nel campo di Treblinka ad opera di Franz Stangl. Mussolini diceva: prima l'ordine, poi il pane». A sua volta l'idea di crescita è una dimostrazione di potere. «Si può pensare alla crescita in modi differenti: diventare più grandi, o più efficienti. Ma la popolazione soffre della crescita, e anche il cancro è una crescita. L'idea di sviluppo che ha dominato fino a poco tempo fa non è più sostenibile. Cosa intendiamo per sviluppo? Più elettricità per chi non la possiede? Oppure la costruzione di nuovi enormi edifici come a New York, eseguita da persone chiamate "developers"? Queste idee distruggono l'ambiente. Per fortuna c’è resistenza a questa idea in tutto il mondo». A queste idee Hillman oppone quelle di servizio e manutenzione. «La vita stessa è un servizio. Il valore del servizio merita di essere recuperato, perché noi pensiamo al lavoro in funzione del denaro e non del servizio. Bisogna passare da un pensiero economico ad un pensiero dei valori. Per quanto riguarda la manutenzione, l'idea dell'anima mundi si traduce in cura per le cose. Se il mondo è vivo dobbiamo tenerlo vivo, questa è l'ecologia». Anche Peter Singer, pur partendo da un'ottica integralmente laica e "utilitarista", che ha come scopo quello di ridurre al minimo la sofferenza (una buona antologia delle sue idee è La vita come si dovrebbe, pubblicato dal Saggiatore), arriva a conclusioni molto vicine. «Il darwinismo sociale vede l'evoluzione come una competizione spietata, la guerra di tutti contro tutti. È una visione errata del darwinismo, così come considerare l'evoluzione necessariamente positiva, moralmente buona. Secondo me in una società la cooperazione ha un grande ruolo da svolgere. Bisogna cercare di utilizzare gli elementi cooperativi che fanno parte della natura umana per cercare di armonizzare la società piuttosto che dare per scontata una spietata concorrenza». Ma come si concilia tutto questo con concezioni così radicali in materia di aborto ed eutanasia? «Il mio pensiero è mosso soprattutto dallo scopo della minor sofferenza possibile». E Singer continua a mettere scrupolosamente in pratica questo principio. Rigorosamente vegetariano, continua a non portare capi in pelle e a devolvere buona parte del reddito ai poveri, convinto che ogni volta che non doniamo del denaro in eccesso in beneficenza per comprare qualcosa di superlfluo siamo responsabili della morte di un essere umano.
Il Messaggero - 7 Settembre 2002
Singer: «io difendo l'eutanasia»
MANTOVA — Ha compiuto un itinerario esplorativo della condizione della nostra vita, e un'indagine delle possibilità di trovare nel passato vie risolutive ai problemi della contemporaneità e del futuro. Peter Singer uno dei filosofi più scomodi degli ultimi anni, ieri al Festivaletteratura ha esposto le sue posizioni radicali, la sua «etica pratica», che comprende la condanna della vivisezione (il suo saggio «Liberazione animale» (Mondadori) è il testo chiave del movimento animalista), la difesa dell'eutanasia, «perché - dice - solo l'individuo può decidere se le sue condizioni di vita sono sufficientemente buone per continuare o meno la propria vita». Singer (nato a Melbourne nel 1946 da una famiglia europea, insegna bioetica alla Princeton University. La sua nomina a questa cattedra ha scatenato numerose reazioni di protesta) sostiene anche l'aborto perché «l'etica si fonda non sulla sacralità della vita ma sulla sua qualità». Singer (tra i suoi pamphlet ricordiamo «Una sinistra darwiniana», ed. Comunità, «La vita come si dovrebbe», il Saggiatore) ha più volte sottolineato la necessità di «ripensare la vita», come dice il titolo di un suo libello polemico. Per costruire questo tipo di esistenza educata all'azione responsabile, l'uomo deve essere lasciato al suo libero arbitrio, e soprattutto la «Chiesa non deve intervenire nelle scelte dell'individuo», ha enfatizzato Singer. Per costruire il suo pianeta ideale Singer riscopre e reinterpreta la teoria dell'evoluzione di Charles Darwin, privandola però del pericolo di attuare «feroci selezioni sociali». Gli uomini devono «sviluppare metodi per favorire la cooperazione, e abbandonare il contesto competitivo». Sarebbe questa la «grande sfida». Singer auspica la realizzazione di un'umanità che sappia decidersi per il vegetarianesimo: «il mio si fonda su quello che chiamo lo specismo. Gli animali non sono oggetti creati per i nostri fini. Dobbiamo eliminare l'allevamento intensivo che impedisce ai polli di muoversi nel loro ambiente naturale...». Se per Singer deve essere l'etica a «guidare la scienza», per Paco Ignacio Taibo II «l'etica deve dominare il comportamento umano non solo dettare regole agli scienziati, ai macellai e ai medici». Il narratore messicano che ha creato gli squinternati eroi di «Ombre nell'Ombra» (Interno giallo) ha parlato anche di «diritto al suicidio, e a una morte vissuta come una scelta assolutamente personale». Per Tobias Wolff (nato in Alabama nel 1945, è considerato dalla critica americana uno dei più importanti scrittori di racconti) l'etica esprime invece armonicamente la sacralità e la qualità della vita. L'autore di «Il colpevole» (il suo ultimo titolo, uscito per Einaudi, racconta il Vietnam, contrapponendo colpe collettive a responsabilità individuali), grande amico di Raymond Carver, diversamente da Flannery O'Connor (una delle più grandi autrice di short stories del '900 americano) non si muove, né fa agire i suoi personaggi, secondo «l'ortodossia cattolica: noi siamo come degli scultori che scalpellano la pietra dalla quale progressivamente risulterà il nostro volto in costante evoluzione. Mi sento lontano dalle convenzioni».
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